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L’intervento. Il commissario Cottarelli e i mercati, un rumore che l’Italia non si può permettere

di Isabella Bufacchi. Tra le nubi estive che oscurano i cieli dei mercati, dal l’escalation dei conflitti Russia-Ucraina e Israele-Palestina al crack bancario in Portogallo e al default dell’Argentina, inizia ad addensarsi qualche nuvolone italiano di troppo: le voci sull’uscita di scena di Carlo Cottarelli si sommano all’ascesa dell’ostruzionismo in Parlamento sulle riforme di Matteo Renzi mentre la ripresina economica minaccia di sgonfiarsi con un Pil 2014 pericolosamente vicino allo 0 per cento.

I mercati, e cioè la comunità dei grandi investitori istituzionali internazionali, continuano a essere cullati dalle onde soporifere dell’alta marea della liquidità e ancora non ne vogliono sapere di svegliarsi e tornare alla realtà. Le politiche monetarie eccezionali delle più grandi banche centrali hanno sommerso quella che è la colonna portante dei mercati, il rapporto tra rischio e rendimento, con un’inondazione da svariate migliaia di miliardi di euro (un extra da 9 trilioni di dollari stimano gli addetti ai lavori). Al punto che il «risk premium è scomparso del tutto», si lamentava ieri un influente gestore americano in viaggio d’affari, sorseggiando un cappuccino nel centro di Roma. Scuoteva la testa mentre affermava che «i rendimenti dei BTp decennali e lo spread BTp/Bund non riflettono affatto il rischio-Italia». E invece il differenziale tra i titoli italiani e tedeschi viene dato per stringersi ancora, è questa l’attesa prevalente sui mercati indipendentemente dal rischio-Paese, e sulla base di questa proiezione, dai BTp il risk-on non si schioda. Non ora, almeno.

Se però Cottarelli dovesse andarsene sbattendo la porta, non una porta qualsiasi ma il portone di Via XX Settembre, quel rumore sui mercati si sentirebbe eccome. Qualche investitore straniero alla fine si sveglierebbe. Forse proprio quell’investitore che incontrando Cottarelli al ministero dell’Economia nei mesi scorsi era stato rassicurato dalla competenza e dall’alto grado di preparazione di un supertecnico che parla la lingua dei mercati e che capisce la lingua dei mercati, «con le idee molto chiare sul programma della spending review».

Di quell’incontro, l’unico dubbio irrisolto era stato quello legato al rischio di implementazione. Non a caso.

Dalle incognite sulla spending review a firma di Cottarelli potrebbe scaturire un pericoloso effetto-domino che finirebbe per insidiare la credibilità stessa del sistema-Paese. I mercati sono stati già scottati dalle promesse non mantenute di Mario Monti e di Enrico Letta – gli investitori istituzionali esteri non perdono occasione per ricordarlo – e il beneficio del dubbio che hanno accordato a Matteo Renzi non è incondizionato e non è per sempre. Il governi italiani con vita breve hanno abituato i mercati alle politiche di breve termine, al minimo indispensabile per tirare avanti: e questo ha minato nel tempo la fiducia sulla capacità dell’Italia di risolvere definitivamente i suoi problemi strutturali, una fiducia che deve essere riconquistata.

L’implementazione, la “delivery”, resta chiave: senza riforme l’Italia non cresce e senza crescita l’Italia, i suoi partners nell’Eurozona e la Bce dovranno tutti faticare molto di più per far funzionare a colpi di “whatever it takes” la formula sterile della sostenibilità del debito pubblico. Qualche segnale di nervosismo sul rischio-Italia inizia già a trapelare, ma se durante agosto i mercati continueranno a sonnecchiare, l’Italia avrà avuto tutto il tempo per rasserenare il clima e per iniziare a sgombrare i cieli dalle nubi nere dello stallo politico, che è l’anticamera della stagnazione economica. Se invece in settembre l’Italia dovesse continuare a rinviare, perdendo il tempo che non ha, allora anche per i BTp il clima potrebbe guastarsi bruscamente: anche perché i mercati metteranno, nuovamente in autunno, il gracile Pil italiano a confronto con quello robusto spagnolo, essendo Italia e Spagna i due principali Paesi periferici europei. I Bonos avrebbero la meglio senza grandi sforzi: nel 2015 il Tesoro italiano è atteso al varco, scadranno all’incirca 200 miliardi di titoli di Stato a medio-lungo termine, un’annata tra le più pesanti in termini di debito pubblico da rimborsare.

Il Sole 24 Ore – 3 agosto 2014 

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