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L’intervento. Il Governo prende ancora tempo per applicare la direttiva europea sui riposi dei medici. Quanto occorrerà aspettare?

La Commissione sanità del Senato vorrebbe rinviare di un altro anno l’applicazione del DLgs. 66/2003. Quanto ancora dovremo attendere perché chi ci governa anteponga la salute dei pazienti e degli operatori ai tagli ingiustamente lineari che colpiscono indifferentemente sia chi si sia prodigato nel mantenere un elevato standard di erogazione dei servizi sia chi se ne sia francamente “disinteressato”?

La Commissione sanità del Senato vorrebbe rinviare di un altro anno l’applicazione del DLgs. 66/2003 per i riposi dei medici dopo che l’azione dell’Anaao/Fems ha indotto la Commissione europea ad aprire formalmente nei confronti del nostro Paese una procedura di infrazione per il mancato riconoscimento ai dirigenti medici del Ssn della normativa europea relativa ai tempi massimi di lavoro ed alle modalità dei riposi minimi obbligatori.

 Nel doloroso caso di Potenza, sul quale non vogliamo entrare nel merito, ci hanno colpito soprattutto le parole, riportate virgolettate dai quotidiani nazionali, del medico indagato: “Arrivai in ospedale alle 8 di mattino…..in sala operatoria c’era un collega che aveva fatto la notte. Stavano operando la signora…in quello che per noi era un intervento di routine” (Repubblica 5/9/14). Accettando per corrette le dichiarazioni rilasciate, si può desumere che in sala operatoria ci fosse un medico che usciva dal turno di notte per effettuare un intervento di routine (NB di routine e non d’urgenza).

La normativa su questo punto è chiarissima: non devono essere programmate attività che a causa della stanchezza possano mettere a rischio, per danni a breve od a lungo termine, gli operatori il personale tutto e i famosi terzi che nell’ambito sanitario sono proprio i pazienti

(Art. 2 comma 1 lettera l D.Lgs 66/2003 “riposo adeguato”: il fatto che i lavoratori dispongano di periodi di riposo regolari, la cui durata è espressa in unità di tempo, e sufficientemente lunghi e continui per evitare che essi, a causa della stanchezza della fatica o di altri fattori che perturbano la organizzazione del lavoro, causino lesioni a se stessi, ad altri lavoratori o a terzi o danneggino la loro salute, a breve o a lungo termine).

Se quanto affermato rispondesse all’esatta ricostruzione dei fatti, rappresenterebbe una anomalia alla quale i governi, ma anche molte regioni, fin dal 2008 non hanno voluto dare una soluzione coerente. Gli stessi governi, indipendentemente dalle bandiere e con continuità di azione, che da una parte applicano fulmineamente tutto quanto possa far cassa al grido “è l’Europa che ce lo chiede” (ed a volte permetteteci di dubitarne) e dall’altro non si rendono conto, come ben è stato suffragato con numerose pubblicazioni scientifiche, soprattutto dalla prestigiosa Università di Harvard, di come la stanchezza dell’operatore incida pesantemente sulle sue capacità sia manuali che di agilità ideativa od applicativa di buone pratiche e protocolli riconosciuti dalle specifiche società scientifiche internazionali.

Ricordiamo, ad esempio, lo scemare delle capacità di reazione dopo solo 12 ore di veglia con peggioramenti progressivi paragonabili allo stato di ebbrezza alcolica. Ricordiamo, dopo una guardia notturna impegnativa, la ridotta capacità manuale, verificata per fortuna su modello simulato, negli interventi chirurgici in videolaparoscopia, con prolungamento dei tempi delle procedure ed errori in manovre elementari. Ricordiamo l’aumentato tasso di incidenti automobilistici nei turnisti notturni dopo lo smonto. Infine, molte indagini hanno confermato come il 30% di tutti gli errori evitabili si concentri nelle ore finali dei turni di notte, costando nella realtà statunitense circa 80.000 morti/anno.

Le deroghe relative all’applicabilità del D.Lgs 66/2003 ai medici volute dai vari governi succedutisi dal 2008 avrebbero voluto legittimare, con interpretazione ruvida, qualsiasi comportamento organizzativo, non facendo tesoro della realtà clinica e scientifica. Diciamo comportamento organizzativo perché, essendo la responsabilità penale individuale, i medici hanno cominciato a capire che non ha senso mettere a rischio la propria vita e carriera professionale, soprattutto in un periodo in cui (grazie al patto quota lite) assistiamo ad un fiorire di richieste di indennizzo non solo capziose ma spesso del tutto inventate (ed anche a volte insensate).

Non sappiamo se per fatti di Potenza gli articoli dei giornali corrispondano alla realtà dei fatti, ma la prima domanda è: cosa ci faceva un medico reduce dal turno di notte soprattutto per effettuare un intervento di routine e quindi rinviabile all’ingresso in sala operatoria di forze lavoro fresche e riposate?

D’altra parte si potrebbe obiettare che con la progressiva riduzione degli organici, sempre voluta dai governi per risparmiare, nessuno si possa dichiarare fresco e riposato, neppure all’inizio del turno.

Quest’altra considerazione deriva dalla casistica dello stress lavoro-correlato che vede una progressiva decadenza e logoramento negli anni delle capacità psico-fisiche proprio in quei medici che lavorino a lungo in aree critiche e siano sottoposti a tremende sollecitazioni emotive e carichi di lavoro eccessivi quotidianamente. Volendo utilizzare la terminologia anglosassone, il fenomeno si definisce abitualmente burnout.

 Quanto ancora dovremo attendere perché chi ci governa si renda conto di questi dati oggettivi ed anteponga la salute, bene costituzionalmente difeso, dei pazienti/cittadini/elettori e degli operatori/cittadini/elettori ai tagli scriteriati ed ingiustamente lineari che colpiscono indifferentemente sia chi si sia prodigato nel mantenere un elevato standard di erogazione dei servizi sia chi se ne sia francamente “disinteressato”?

 Sergio Costantino, Segretario Aziendale Anaao Assomed, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano

Carlo Palermo, Vicesegretario Nazionale Vicario Anaao Assomed

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