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L’intervento. Lo sciopero generale è un’arma che non funziona più. Al sindacato quindi conviene minacciarlo ma non certo indirlo

di Serena Gana Cavallo. Non è chiaro se per stupidità, ingenuità, esasperazione, provocazione, la polizia ha messo il cacio sui maccheroni usando un po’ troppo di manganello su alcuni operai ed un dirigente Fiom. Cosa senz’altro deprecabile, ma anche accaduta molte volte in passato, e comunque tale da aver dato ancor più fiato ai proclamatori dello sciopero generale, di categoria prima, di confederazione poi. Lo sciopero generale è una evocazione mitica cui il sindacato italiano ricorre quando pensa di poter dare la cosiddetta «spallata finale», anche se dimentica che qualche volta la spallata non è riuscita nello scopo.

Avendo accusato Renzi di voler essere la Thatcher italica (piuttosto che il Blair de noantri), ha una eclissi di memoria storica su come proprio la Thatcher non fece una grinza sullo sciopero a oltranza dei minatori, ma dimentica anche il fatto che nella Francia postrivoluzionaria, in tempi non remoti, scioperi drastici dei trasporti lasciarono i cittadini a marciare compatti per chilometri per raggiungere le loro mete, mentre i risultati sul fronte sindacale non restano impressi nella memoria. Che il governo di un qualsiasi paese democratico non conduca trattative coi sindacati è cosa logica e normale, in un sistema nel quale tutti votano (lavoratori inclusi), ma non possono far valere il loro voto due volte, una come cittadini, una come lavoratori sindacalizzati.

Ovviamente ogni governo ascolta desiderata e suggerimenti dei sindacati, ma poi, come finalmente, spalancando le finestre per fare entrare un po’ di aria, ha dichiarato Renzi, ogni governo decide autonomamente ciò che ritiene opportuno e il parlamento (dove i lavoratori sono ovviamente anch’essi rappresentati politicamente) vota. Adesso, in una crisi di lesa maestà (incidenti e manganelli a parte) il sindacato crede ancora alla favola bella dello sciopero generale che fa cadere i governi. Purtroppo non sono più i bei tempi andati e anche se si può dilatare come un palloncino il numero dei manifestanti in piazza (tra i quali c’erano probabilmente più giovani precari o disoccupati e pensionati che lavoratori in servizio permanente effettivo) nello sciopero è più difficile.

L’ultimo sciopero dei trasporti pubblici sembra aver creato ben pochi disagi. Se uno sciopero generale, con relativa oceanica manifestazione, ma con presenze consistenti nei luoghi di lavoro si dimostrasse un flop, il sindacato darebbe una solida mano alla dimostrazione plastica della sua perdita di rappresentatività, già comunque evidente se si guardano i dati del precariato, della disoccupazione giovanile, della perdita di posti di lavoro, della vacuità di sistemi come la cassa integrazione che costano e non portano a reintegri, del fallimento di migliaia di aziende. Ma il sindacato, la Cgil in particolare, è come san Tommaso. Se non vede non crede. È per questo che oltre allo sciopero generale minaccia anche un eventuale referendum, dimenticando anche in questo caso che non ne ha mai vinto uno.

ItaliaOggi – 4 novembre 2014

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