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«Italia schiacciata dalle tasse». Corte conti: pressione fiscale al 43,8%, 4 punti oltre la media Ue. Sommerso al 21,3% del Pil

Un prelievo eccessivo. Siamo secondi in Europa per il carico delle imposte sul lavoro e addirittura primi per il livello di tassazione sulle imprese. Una pressione fiscale al 43,8% del pil, 3 punti in più del Duemila e ben 4 sopra la media Ue. Redditi sul lavoro puniti fino al 42,3%, il 6% sopra il resto d’Europa. Redditi d’impresa colpiti il 50% oltre l’insieme dei nostri partner europei. E intanto l’economia sommersa ha capitalizzato il 21,1% del prodotto interno lordo, un quarto del totale della ricchezza del Paese.

Mentre l’evasione fiscale è a quota 50 mld tra Iva e Irap, che pure insieme rastrellano 150 mld. Per non dire dell’Irpef non pagata, ma che resta la tassa delle tasse, il vero forziere da cui attingere e far pagare i soliti noti. E chi l’ha detto che l’Italia non ha i suoi primati? Li ha eccome e spiegano con la forza indiscutibile dei numeri perché il Paese arranca, arretra, non cresce. L’insostenibile pesantezza del fisco e l’arma impropria del cuneo fiscale, si confermano la prima malattia del Belpaese.

La Corte dei conti rilancia in pieno l’allarme del virus fiscale e contributivo che attanaglia l’Italia e non le permette di spiegare le ali. Certo, non c’è solo la grande patologia del prelievo fatto di tasse, micro tasse, addizionali, veri e propri rastrellamenti dal lavoro a frenare o addirittura a non far nascere chance consistenti di ripresa. E di lavoro. La situazione è quella che è, ricorda la magistratura contabile nel «Rapporto 2014 di coordinamento della finanza pubblica», presentato ieri a Roma tra gli stucchi dorati del Senato. Anni di sciali e di spese sopra le righe, di riforme promesse ma non fatte, di sprechi mai abbastanza aggrediti, hanno lasciato segni indelebili, facendo della leva fiscale, un serbatoio di entrate. E così adesso uscire dall’incubo delle tasse diventa un’impresa nell’impresa.

Ma così non si può andare avanti, ha messo una volta di più in guardia il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri. Perché le cure da cavallo di questi anni, che pure hanno dato risultati, non possono durare in eterno. Anzi. La disciplina dei conti, la tenuta dei bilanci, devono restare una stella polare. «Occorre ancora molta accortezza e disciplina», ha ripetuto Squitieri ricordando il cancro del debito pubblico. Ma dopo quattro anni di rigore e di medicine amare per gli italiani – quelli che le tasse le pagano, e tutte, e che intanto non hanno o hanno perduto il lavoro – con tanto di riduzione della spesa pubblica e di calo preoccupante degli investimenti, non si può più proseguire lungo la stessa china.

Occorre una svolta, è il messaggio: «Uno sforzo eccezionale non può realisticamente essere protratto oltre in assenza di crescita economica».

Ecco, chiara e netta, la parola e insieme il rebus per chi governa e per chi qualche ricetta cerca di metterla in campo. È l’ora delle riforme. I sacrifici senza la crescita, senza una prospettiva seria e duratura di rilancio e di slancio, non possono più reggere, è il leit motiv della relazione della magistratura contabile. Che anche per questo non rifiuta di calarsi nella realtà contingente. A esempio, il bonus da 80 euro che intanto proprio in quelle ore stava approdando in aula al Senato.

Sul fisco – e non solo, naturalmente – per la Corte dei conti è l’ora non più rinviabile delle riforme, non di «surrogati» come appunto sarebbe quel bonus da 80 euro, così come i vari prelievi di solidarietà e quant’altro. Serve un disegno razionale, un quadro di controllo, un cruscotto con tutte le spie accese. Riforme, appunto. Ed equità, non quella che in questi anni di recessione ha visto crescere soltanto i redditi dei più ricchi.

Poi, appunto, c’è l’attenzione massima da riservare alla tenuta dei conti. Con un’avvertenza in più, anche questa di grande attualità nel contesto europeo e delle sfide che ci attendono con Bruxelles: sebbene in termini di saldo strutturale le condizioni della finanza pubblica siano migliorate, per raggiungere il pareggio di bilancio servirebbe ancora mezzo punto di pil nel 2015 e nel 2016. In termini di correzione dei conti, non di tasse.

Il Sole 24 Ore – 5 giugno 2014 

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