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«La revisione della spesa pubblica: la dieta più difficile»

Eccola, la Prova. Più rischiosa di un vertice europeo, più insidiosa di un’intera, vecchia legge finanziaria. Due parole – spending review, cioè «revisione della spesa pubblica» – per vivere «senza tirare a campare», come dice il premier Mario Monti. O, se la Prova non riesce, per cuocere a fuoco lento nel solito labirinto politico dei «no», dei «ni» e dei «sì, ma».

Oggi il Consiglio dei ministri si riunisce con all’ordine del giorno il piano per evitare l’aumento dell’Iva e recuperare più risorse per far fronte ai costi del terremoto e del caso-esodati. Sullo sfondo, nel tintinnare dello spread e del debito pubblico crescente, i brutti dati del deficit pubblico relativi al primo trimestre 2012 e l’esigenza di dover raggiungere il pareggio di bilancio mentre le entrate scendono a motivo di una recessione ben più forte di quella prevista.

Manovra o no che sia, siamo ad un nuovo passaggio stretto. Le anticipazioni indicano la volontà del Governo di muoversi con lo spirito del novembre scorso, ai tempi del decreto Salva Italia. Forse per saggiare il terreno sono state fatte circolare bozze provvisorie delle misure in attesa dell’esame definitivo e sono dunque possibili arretramenti più o meno tattici, come quelli sui permessi sindacali nella Pubblica amministrazione ed il taglio dei compensi ai Caf (Centri assistenza fiscale) e ai patronati.

Tuttavia resta il fatto che siamo di fronte, nel complesso, ad un progetto d’intervento assai corposo. Per quantità di risorse in gioco ed ampiezza del perimetro sul quale si vuole incidere. Potremmo dire – sempre se sarà confermato il grosso delle anticipazioni – che lo Stato, a tutti i suoi livelli, centrali e periferici, inizia la sua cura dimagrante. E se così fosse saremmo ad un passaggio storico oltre che stretto.

Una novità assoluta per un Paese in cui la spesa pubblica supera gli 800 miliardi e rappresenta, continuando ad aumentare, ben più del 50% del Prodotto interno lordo (Pil).

Naturalmente l’entrata nella storia non è cosa facile. Innanzi tutto, perché in generale la stessa storia italiana è fatta su questo terreno di rocciosi corporativismi e di rancorose resistenze ai cambiamenti.

Sappiamo che fine hanno fatto i suggerimenti delle varie commissioni tecniche sulla spesa a partire dagli anni Ottanta. E sappiamo quanto la sottile cultura giuridica che permea le stanze della burocrazia pubblica (un vero, spietato monopolista) abbia sempre soffocato sul nascere ogni serio tentativo di rompere lo statuts quo.

Il Governo, per centrare l’obiettivo, deve insomma muoversi con mano ferma e decisa, cioè per decreto e senza cedere alle pressioni (legittime, s’intende) delle multiformi lobbies, comprese quelle che s’annidano nello Stato stesso. Ci saranno errori e misure da rivedere, ma il cuoco-governo non può non presentare sul tavolo della spesa pubblica piatti dietetici per consentire di abbassare l’insostenibile pressione fiscale. Proprio dal primo, vero tentativo di spending review (quello del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel 2006) cominciarono subito i guai seri del governo Prodi.

C’è poi da considerare che il fuoco di fila delle obiezioni preventive annuncia già un percorso di guerra o guerriglia altrettanto pericolosa. Esemplare il caso dei piccoli ospedali (o delle sedi distaccate dei tribunali) in via di chiusura (non automatica, ha specificato il ministro della salute Renato Balduzzi). Piccolo è bello, ancora una volta. L’ospedale sotto casa è comodo, certo, ma costa di più ai contribuenti e molto spesso è carente di servizi fondamentali. E salva-vita. Però la riorganizzazione su basi di maggiore efficienza e minori costi passa come una sorta di rapina sociale, tanto più odiosa perché riguarda la salute dei cittadini. Fioccano già numerose le richieste dei politici: quanti ospedali minori chiudono in provincia di Bologna? Oppure: è vero che nelle Marche, «in nome del risparmio vengono meno, con la chiusura delle sedi distaccate dei tribunali, i presìdi di legalità»?

Oggi i tribunali sono fermi, perché l’avvocatura protesta contro la “rottamazione della giustizia”, quasi che quella attuale funzioni come un orologio svizzero. Ma un po’ tutte le categorie sono sul piede di guerra. Sanità, giustizia, scuola, università, statali: i tagli sono comunque “inaccettabili”, “indiscriminati”, tremontianamente “lineari”, “iniqui”. Dappertutto risuonerebbero già i colpi sordi e vigliacchi delle accette. Insomma così il Paese “non si riprenderà mai”, ok ai tagli, ma vanno “mirati”, e gli obiettivi sono “altri”.

Anche dalla politica, compresa la “strana” maggioranza che sostiene il Governo, non giungono segnali incoraggianti. È arrivata anche per essa la sua Prova più difficile: dare un senso pratico, tangibile in numeri e riduzione di taglia di uno Stato obeso, alla parola “riforme”. Dopo tanti dibattiti alati sulla necessità di cambiare per crescere, il riformismo italiano, se c’è, batta un colpo vero.

twitter@guidogentili1 – Il Sole 24 Ore – 5 luglio 2012 

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