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«L’Italia dell’Expo deve bloccare gli Ogm». Chiesto a Renzi un decreto immediato contro la semina

Lo hanno chiesto al presidente del Consiglio Matteo Renzi le 39 associazioni riunite nella task force «Per un’Italia libera da Ogm», che ieri hanno organizzato un dibattito a Milano e sabato scenderanno in piazza in sei città. Il motivo del fermento è la sentenza attesa per il 9 aprile, quando il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso presentato da due agricoltori friulani contro il decreto interministeriale del 12 luglio 2013.

La norma vieta la coltivazione di Ogm per 18 mesi, in attesa dell’adozione delle misure previste da un decreto europeo del 2002. Entrambi gli agricoltori, però, avevano seminato mais geneticamente modificato prima dell’approvazione del decreto e ora chiedono di poter ripetere l’operazione.

Contraria la task force anti-Ogm, composta da associazioni come Coldiretti, Slowfood, Legambiente, Wwf, Fai, Greenpeace, Adiconsum, Codacons: «Se il ricorso dovesse essere accettato si aprirebbe una fase di incertezza legislativa che potrebbe portare alla semina di piante geneticamente modificate in tutta Italia — spiega il coordinatore Stefano Masini —. Un danno per l’agricoltura nostrana e per l’immagine del made in Italy che non ci possiamo permettere. Soprattutto a un anno da Expo: nel 2015 saremo al centro del dibattito mondiale sull’alimentazione, non arriviamoci con gli Ogm».

Così ieri mattina la task force ha organizzato un incontro al Castello Sforzesco di Milano, «Verso Expo 2015: nutrire il pianeta senza Ogm». Tra i relatori due docenti universitari e un agricoltore americano. «Le ricerche dimostrano che le coltivazioni transgeniche hanno un forte impatto sull’ambiente circostante: generano insetti e piante infestanti resistenti agli erbicidi, il loro polline può arrivare a grandi distanze e le radici rilasciano tossine nel suolo», ha spiegato Manuela Giovannetti dell’Università di Pisa. Per Simone Vieri, docente di Management alla Sapienza di Roma, gli Ogm sono «l’effetto di un modello di agricoltura non sostenibile che arricchisce poche multinazionali, cancella la diversità delle produzioni e non è in grado di sfamare tutta la popolazione mondiale». L’agricoltore del Missouri Wes Shoemyer ha raccontato di essersi ribellato al mais Ogm: «Tutto quello che dicono le ricerche è vero e coltivare Ogm significa dare il pieno controllo della produzione alle poche multinazionali che vendono i semi. Io sono tornato alle piante normali: voi in Italia resistete». Ha concluso la presidente onoraria del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi: «Mi auguro che Expo non cavalchi solo le tigri della finanza e che abbia il coraggio di non mettere in evidenza le sementi Ogm durante i sei mesi di evento».

Al convegno sono arrivati i saluti del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e del leader del Centrosinistra in regione Lombardia Umberto Ambrosoli. Sabato, poi, la task force no-Ogm è pronta ad avviare presidi a Milano, Torino, Bologna, Padova, Firenze, Perugia. Ma i due agricoltori di Vivaro (Pordenone) che hanno fatto ricorso al Tar non ci stanno: «Il nostro mais è attaccato dalla piralide, un insetto dannoso che la varietà modificata potrebbe contrastare — dice Silvano Dalla Libera, vittima pochi giorni fa di un blitz di attivisti dei centri sociali del Nordest e dell’Emilia, che hanno imbrattato la sua proprietà e lanciato una bomboletta fumogena in casa —. In più è autorizzato dall’Ue ed è salubre, lo dicono i controlli fatti sul mio terreno». Giorgio Fidenato è ancora più netto: «Io lo coltiverò a prescindere dalla sentenza del Tar, poi mi darà ragione l’Europa».

Alessandra Dal Monte Corriere della Sera – 3 aprile 2014

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