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Lo scandalo del latte contaminato per il Grana padano: una lezione da digerire. Può far andare di traverso anni d’insistenza sulle eccellenze del made in Italy alimentare

di Luca Angelini. Il caso del latte per Grana Padano contaminato è indigesto. Può far andare di traverso anni d’insistenza sulle eccellenze del made in Italy alimentare. Meglio allora a partire dalla metà (meno, a dire il vero) piena del bicchiere: alla fine lo scandalo del latte, grazie ai Nas, alla Procura di Brescia, ad alcune aziende serie (e un po’ anche al Corriere ), è venuto a galla.

Il che significa che, in Italia, qualcuno che vigila su quel che ci arriva in tavola c’è. Ma le buone notizie finiscono qui. Perché, altri, i controlli o non li hanno fatti o li hanno presi per buoni quando buoni non erano (e qui ne va del buon nome di un’altra eccellenza italiana, l’Istituto zooprofilattico di Brescia).

Scriveva mercoledì sul Corriere Marco Toresini che «se il latte italiano è il nostro valore aggiunto, la tutela della sua qualità deve essere un obbligo morale prima che legale». Vero. Ma il tasso di moralità, già assai variabile da allevatore a allevatore, rischia di abbassarsi sotto la soglia di sicurezza quando si abbassano il prezzo del latte e i margini delle stalle. Il tema, perciò, è anche cambiare sistema. Per citare ancora Toresini, affrontare «l’inefficacia del sistema degli autocontrolli, minato da troppe complicità». C’è dunque lavoro per chi si occupa di agricoltura nelle alte sfere (anche per garantire a agricoltori e allevatori redditi che li tengano lontani dalla tentazione delle «scorciatoie»). E certo qualche punizione esemplare sarebbe di lezione non solo per i disonesti, ma anche per gli onesti, visto che, giova ricordarlo, nelle stalle italiane non sempre sono stati puniti i primi e premiati i secondi. Sul latte versato, si sa, piangere è inutile. Utile è dare una bella ripulita.

Ma, se questo scandalo ci è rimasto sullo stomaco, potrebbe farci aprire gli occhi. Dire «made in Italy» può essere indizio, ma non garanzia di qualità. Idem per il «chilometro zero» (forse che il mais all’aflatossina non lo era?). Le scorciatoie non devono esserci per agricoltori e allevatori, ma nemmeno per noi consumatori. La trasparenza va pretesa, dai controlli alle etichette. Poi, però, quelle etichette dobbiamo almeno leggerle (inutile stracciarsi le vesti per l’olio tunisino e poi comprare quello con marchio magari italiano ma di «olive di Paesi non comunitari» perché costa meno). Qualche domanda, prima di riempire borse e carrelli della spesa, dobbiamo farcela. E qualche ora a informarci su quel che succede nei campi, e nel tragitto fra quelli e la tavola, dovremmo spenderla. Magari visitando qualche azienda. Aiuterebbe chi è onesto e scoraggerebbe chi non lo è. Dite che manca il tempo? Ma non sarà che ne spendiamo troppo per cose un po’ meno importanti del carburante che ci tiene in vita?

Corriere.it – 18 marzo 2016 

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