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Lo studio: così la moria di api e altri impollinatori spoglierà alberi e campagne. 2100, il mondo senza fiori: la strage di insetti fa appassire la Terra

Elena Dusi. Se vediamo il mondo a colori è anche perché un’ape ha impollinato un fiore. Alla crisi degli insetti impollinatori che sbiadisce le nostre campagne l’Unione Europea ha dedicato un progetto che sta per concludere i suoi cinque anni di attività. Non è solo alla poesia dei colori, ma anche al valore economico dell’impollinazione che 15 Paesi e 21 istituzioni del programma Step si sono in realtà dedicati.

«L’84% delle specie agricole europee trae beneficio da questi insetti e il 78% dei fiori selvatici nelle aree temperate ha bisogno di impollinazione » scrivono i ricercatori europei che hanno appena pubblicato il loro ultimo atlante sul declino dei bombi causato dal riscaldamento climatico sulla rivista Biorisk. In una ricerca precedente, gli autori di Step avevano calcolato che senza impollinatori scomparirebbe il 50% della vitamina A consumata in alcune aree del mondo, oltre al 15% di ferro e vitamina B.

«Parlando di impollinatori pensiamo alle api da miele, ma ci sono tante altre specie non meno importanti» spiegano Antonio Felicioli, biologo dell’università di Pisa, e Marino Quaranta del Consiglio per la ricerca in agricoltura, membri italiani di Step. I bombi per esempio sono presenti in Europa in 56 diverse specie, ma il riscaldamento climatico rischia nel peggiore dei casi di portarne 25 all’estinzione entro il 2100. Per l’agricoltura si tratterebbe di una perdita enorme: gli impollinatori oggi sono essenziali per una produzione annua pari a 22 miliardi di euro, il 10% del valore delle coltivazioni in Europa. Nel mondo questa cifra raggiunge addirittura i 190 miliardi di euro.

Una volta tanto in Italia la situazione è meno problematica rispetto al Nord Europa. «Nel nostro Paese le specie di Apoidei impollinatori sono un migliaio. In Gran Bretagna sono circa 250 e in Germania circa 500» proseguono Felicioli e Quaranta. Oltre ad aver identificato le aree di crisi in Europa, il progetto Step ha anche stilato una “lista rossa” degli Apoidei pronubi a rischio estinzione. Le specie di api native del nostro continente sono 1.951, di cui 7 classificate come “in grave pericolo”, 46 “in pericolo” e 22 “minacciate”. «Quando parliamo di animali a rischio estinzione pensiamo sempre ai mammiferi per una questione di somiglianza ed empatia. Ma anche gli insetti impollinatori meritano la nostra preoccupazione. Addirittura non c’è motivo perché non vengano considerati animali da compagnia» proseguono Felicioli e Quaranta.

Alcune aziende in effetti hanno già messo in vendita delle casette per ospitare le api selvatiche in giardino, piantando anche semi specifici per nutrirle meglio. Ma i problemi che gli impollinatori devono affrontare oggi sono ben altri: «Da novembre in Italia abbiamo già registrato due nuove emergenze: un coleottero parassita e una vespa predatrice delle api mielifere» spiegano Felicioli e Quaranta. «Un’agricoltura meno estensiva, che usi meno pesticidi e dia più spazio alle siepi e ai fiori selvatici aiuterebbe molto gli insetti. Ma sull’altro versante ci sono anche coltivatori che ci chiedono delle colonie di api per migliorare le rese dei loro campi». Anche nei Paesi in cui il declino degli impollinatori è meno marcato, come in Italia, il programma Step ha registrato che le esigenze di impollinazione di molte colture crescono a un ritmo troppo rapido, con le piccole api che faticano a farvi fronte. Tra il 2005 e il 2010, si è calcolato, avrebbero dovuto volare cinque volte tanto per mantenere intatti tutti i colori della nostra campagna.

L’entomologo. “Meno frutti raccolti più poveri il grande rischio per l’agricoltura”

ALBERI fioriti ma poveri di frutti. È lo scenario che molti agricoltori temono: il primo segnale che gli insetti impollinatori stanno scarseggiando. A descriverlo è Franco Frilli, professore di entomologia agraria e apicoltura all’università di Udine.

Cosa succede quando mancano api e bombi?

«Gli alberi da frutto o le altre coltivazioni non producono quanto potrebbero. Una bella fioritura primaverile sembrerebbe la premessa per un ottimo raccolto. Invece da un 30% di fiori che normalmente si trasformano in frutti si passa al 20% o al 10%. Il granulo di polline portato dagli insetti infatti fa germinare meglio il frutto, che diventa più grande, sagomato e succoso».

Tutte le cure dell’uomo per un campo o un frutteto sono inutili senza questi insetti?

«Sì, non basta impiantare gli alberi e trattarli se poi a primavera non c’è un’ape o un bombo che trasferiscono il polline da un fiore all’altro».

Gli impollinatori sono in crisi?

«Il declino non è generalizzato. Tutto dipende dal tipo di agricoltura che si pratica in un determinato territorio. I problemi sono ridotti se si seguono metodi tradizionali o non ci sono troppi insetti dannosi che costringono l’agricoltore a usare gli antiparassitari».

Il tipo di coltivazione influenza la salute degli impollinatori?

«Più la campagna è variegata, più questi insetti si trovano bene. Nei vasti appezzamenti di cereali non ci aspettiamo di trovare grandi quantità di api. La varietà di specie vegetali tra l’altro fa sì che le fioriture siano differenziate e gli insetti abbiano sempre un fiore su cui volare».

Parliamo sempre di api, ma ci sono anche altri insetti impollinatori in difficoltà?

«I bombi, come le api, visitano una grandissima quantità di fiori e risentono dell’uso degli antiparassitari. Anche perché formano colonie meno numerose rispetto alle api e le loro regine vivono una sola stagione». ( e. d.)

Repubblica – 26 febbraio 2015 

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