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Lobby forti e politica debole. La concorrenza resta senza legge. Il ddl presentato più di due anni fa è fermo da sette mesi in commissione al Senato. Le categorie si mobilitano

Paolo Baroni. «La legge sulla concorrenza è diventata una specie di pullman con le ruote sgonfie o addirittura bucate». L’immagine è del senatore Luigi Marino di Ap, relatore in Senato di uno dei disegni di legge più tribolati della XVII legislatura. Basti pensare che questo ddl è stato presentato addirittura nel febbraio 2015 e non è ancora arrivato in porto. In Senato sono sette mesi che il testo è bloccato in commissione. Doveva approdare in aula la scorsa settimana ma ci arriverà (forse) solo la prossima. Dipende da quello che deciderà la conferenza dei capigruppo che fino ad ora ha preferito far spazio ad altre questioni. E così quella che doveva essere la prima legge annuale sulla concorrenza rischia, come sottolineava giorni fa il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, di diventare «un piano quinquennale». Da subito il cammino delle liberalizzazioni si è presentato in salita: il ddl ha perso pezzi ancor prima di arrivare al consiglio dei ministri nel febbraio di due anni fa. Nel menù sono rimasti pochi temi (assicurazioni, energia, farmacie, taxi, da ultimo è stata inserita la norma antiscalate), eppure non si riesce ad avanzare. Colpa delle solite lobby e pure, come spiega Marino, delle «convulsioni si qualche partito di maggioranza». Mentre nel palazzo il ddl boccheggia, nelle piazze ripartono le proteste. Il 23 si fermano i taxisti, insoddisfatti dell’andamento del confronto col governo, ma soprattutto delle non risposte del Parlamento da cui di aspettavano lo stralcio delle norme che li riguardano. E oggi tornano in piazza a Roma gli ambulanti di Cisl e Ugl che assieme ai balneari contestano l’applicazione della direttiva Bolkestein. L’obbligo di mettere all’asta tutte le concessioni, come avviene per ogni bene pubblico, è già slittata al 2019 eppure non si rassegnano. Nonostante le rassicurazioni fornite dal governo non ne vogliano proprio sapere. (vai alla fonte)

La Stampa – 15 marzo 2017

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