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L’obiettivo è addolcire il vincolo. Oppure manovre da 40 miliardi

Dietro le quinte. I contatti informali con la rappresentanza italiana in Europa. La diplomazia del governo per capire le alleanze

BRUXELLES – Mario Monti ci teneva a sondare personalmente il campo del negoziato sulle nuove regole di bilancio, in corso a Bruxelles. Probabilmente il presidente del Consiglio ha messo insieme esigenze politiche e impegni personali («io abito a Roma e a Bruxelles» ha risposto ai giornalisti in attesa davanti alla sua casa nella zona residenziale degli Stagni). Sta di fatto che il suo giro europeo è cominciato, a sorpresa, proprio dalla capitale della Ue. Oggi riparte la trattativa tra i rappresentanti dei 26 Paesi che hanno firmato l’accordo sulla nuova governance economica lo scorso 9 dicembre. Il Regno Unito è presente con «un osservatore», mentre Commissione Ue ed Europarlamento partecipano a pieno titolo.

Ieri sera il premier ha studiato le carte con l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, il capo della Rappresentanza permanente dell’Italia per gli affari Ue, a Bruxelles. Il governo italiano, esattamente come molti altri partner, ha già presentato un pacchetto di emendamenti al testo che dovrà tradurre l’intesa del 9 dicembre in vincoli giuridici. Ma il presidente del Consiglio voleva capire da dove possono arrivare le insidie e quali alleanze, invece, si possono costruire. Tutte informazioni preziose, anzi indispensabili prima di cominciare il giro che lo porterà oggi a Parigi, all’incontro con il presidente Nicolas Sarkozy e poi mercoledì 11 a Berlino, per un colloquio con la cancelliera Angela Merkel.

L’obiettivo fondamentale, (se non vitale) per l’Italia è cambiare l’articolo 4 della bozza, laddove è scritto che i Paesi con una percentuale di indebitamento superiore al 60% del Pil (Prodotto interno lordo) dovranno ridurre ogni anno di un ventesimo l’extradebito (cioè la differenza tra lo stock di partenza e la soglia del 60%). Per un Paese come l’Italia (debito al 120%) la norma, così com’è, sarebbe semplicemente letale, poiché imporrebbe manovre di almeno 40 miliardi all’anno solo per mettersi al passo con i parametri. In realtà questo vincolo è già previsto nel cosiddetto «Six pack», il pacchetto di riforme della «governance» economica Ue, entrato in vigore il 13 dicembre 2011. In questo caso, però, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aveva ottenuto due correttivi.

Primo: il calcolo del debito deve considerare anche «altri fattori rilevanti», cioè il risparmio privato, la sostenibilità del sistema pensionistico e ulteriori componenti positive del sistema. Secondo: il nuovo sistema sarebbe entrato in vigore solo a partire dal 2014. Bene, il governo Monti ha presentato un documento proprio per ripristinare questi due passaggi anche nel nuovo accordo.

Ma quante possibilità ci sono di farcela? Questa domanda ha tenuto compagnia al premier e ai suoi interlocutori della Rappresentanza, nella serata fredda e piovosa di Bruxelles. Il presidente del Consiglio voleva verificare la geometria e la dinamica tra i diversi Paesi. Innanzitutto Monti può contare sulla Commissione e soprattutto sul Parlamento europeo che ha depositato un emendamento abbastanza simile a quello italiano (con richiamo esplicito al «Patto di stabilità e di crescita, riformulato con le nuove leggi», cioè il «Six pack»). Inoltre l’Italia può lavorare per saldare il fronte naturale degli «indebitati» o comunque degli Stati con i conti pubblici sinistrati: Grecia, Belgio, Spagna, Portogallo, Irlanda. Nello stesso modo appare altrettanto inevitabile il confronto-scontro con l’inossidabile pattuglia dei «rigoristi» nordici: Germania, Finlandia, Austria, Olanda.

In nessuno dei due elenchi compare la Francia, la vera incognita di tutta questa vicenda. I piedi, la base del Paese (i conti pubblici, l’economia reale) sono sempre più vicini al girone mediterraneo. Tutti gli analisti si attendono che da un momento all’altro le agenzie di rating tolgano la Tripla A (il voto più alto di affidabilità) ai buoni del Tesoro. Il problema è che la testa, specie quella di un Sarkozy già in campagna elettorale, non vuole rinunciare alla co-leadership dell’Europa (con la Germania naturalmente).

Dal negoziato di Bruxelles, dunque, arriva un segnale chiaro. Parigi è il punto sensibile, il varco da cui possono transitare i cambiamenti al Trattato indispensabili per l’Italia. O comunque Sarkozy può avere lo stesso interesse di Monti a frenare il «forcing» tedesco che vorrebbe addirittura vincolare la partenza del Fondo monetario all’europea (l’Esm, «European stability mechanism») all’entrata in vigore delle regole sul bilancio. Non si tratta, (sarebbe velleitario pensarlo), di spaccare l’asse franco tedesco, ma perlomeno di riportarlo alla logica del compromesso, la legge non scritta, ma finora indiscussa, dell’Unione Europea. Monti ci prova oggi: dagli Stagni di Bruxelles all’Eliseo.

Corriere.it – 6 gennaio 2012

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