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Local tax, spazio ai sindaci. E l’imposta prima casa potrebbe calare. Nel Def il governo è orientato a confermare gli obiettivi di deficit e crescita concordati con Bruxelles

Con la prossima manovra di finanza pubblica il governo è intenzionato anche a dare una svolta profonda al fisco locale. All’orizzonte, nel 2016, non c’è solo la ri-trasformazione dell’Imu nella «local tax» e la riforma del Patto di Stabilità interno per i comuni, ma anche una nuova spinta verso l’autonomia finanziaria degli enti locali.

Il Documento di economia e finanza che il governo esaminerà la prossima settimana prevede, tra le varie operazioni da adottare per il controllo della finanza pubblica, l’aumento «della quota di trasferimenti statali agli enti locali legati alla capacità fiscale e ai fabbisogni standard». Un nuovo passo verso il «superamento della spesa storica» ed il contenimento dei costi per il bilancio. Anche se questo potrebbe significare un aumento delle tasse locali. Regioni e Comuni, allo stato attuale, hanno mediamente ancora un margine piuttosto ampio per poter aumentare le addizionali Irpef. E non è escluso che i Comuni abbiano la possibilità di manovrare più incisivamente le aliquote della nuova «local tax» rispetto a quando accade oggi con Imu e Tasi.

Due tributi che secondo le bozza del Def, dovrebbero convergere «in un’unica imposta con aliquote differenziate», più basse per le abitazioni principali, più alte per gli altri immobili. Anche per gli altri tributi comunali, quelli che non vertono sugli immobili, il Def prefigura una «semplificazione» con l’istituzione di «un unico tributo-canone» che sostituisca l’insieme delle imposte locali esistenti. Nel Def il governo ipotizza un miglioramento della congiuntura e delle prospettive di crescita, ma al momento è intenzionato a confermare gli obiettivi di deficit concordati con la Ue lo scorso anno, cioè il 2,6% quest’anno e l’1,8% il prossimo. L’obiettivo primario è sostituire l’aumento Iva nel 2016 (vale 16 miliardi) con almeno 10 miliardi di tagli alla spesa pubblica, compensando il resto con la minor spesa per gli interessi sul debito pubblico (5 miliardi già dal 2015).

M. Sen. – Il Corriere della Sera – 6 aprile 2015 

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