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L’opinione. «Medici in pensione? No, concorrenti». Carradori (dg Sant’Anna Ferrara): escono dall’ospedale ed entrano nelle case di cura accreditate con un danno per il sistema pubblico

di Gioele Caccia. Ogni anno i pazienti ferraresi che si rivolgono a strutture sanitarie che operano fuori provincia e fuori regione acquistano servizi per circa 60 milioni di euro (60.8 nel 2016) mentre la spesa di chi sceglie ospedali, case di cura private e ambulatori ferraresi ma non abita in questa provincia supera di poco i 35 milioni di euro (35.2 nel 2016). Dalla riduzione delle liste d’attesa al varo delle equipe chirurgiche itineranti, diverse sono le contromisure che il sistema sanitario locale ha adottato per cercare di riequilibrare i flussi. C’è chi ritiene che in determinate circostanze il cosiddetto “privato accreditato”, che a Ferrara è rappresentato da strutture come la Salus e la Quisisana, e, appena fuori confine, dalla Casa di cura di Santa Maria Maddalena (Ro), possa contribuire a rendere più difficile per le aziende pubbliche il compito di risalire la china dell’eccesso di mobilità passiva. Come Tiziano Carradori, direttore generale dell’azienda ospedaliera Sant’Anna.

Direttore, perché ritiene che le regole dovrebbero essere cambiate?

«Oggi un medico che lavora per un ospedale pubblico va in pensione a 67 anni (se è anche un professore universitario l’asticella si sposta a 70 anni, ndr) e, grazie ad una legge nazionale, può mettersi subito e legittimamente a disposizione di strutture private accreditate, che forniscono servizi (posti letto, specialistica, esami etc.) all’interno di una sistema pubblico allargato. È una scelta lecita e supportata dalla legge. Si tratta però di una opportunità che confonde l’utenza e genera una contraddizione nel sistema».

Per quale motivo?

«Il professionista che esce dall’ospedale, dove magari si è formato e ha lavorato a lungo guadagnandosi la stima e l’apprezzamento dei pazienti quando esce dal servizio pubblico spesso viene seguito da una parte dell’utenza. È lo stesso meccanismo per il quale il sistema formativo nazionale “sforna” bravi studenti e professionisti che poi vanno a raccogliere i frutti del loro impegno all’estero. Nel caso della sanità il privato accreditato trae un vantaggio dall’assunzione di quel medico, l’ospedale o la struttura pubblica per la quale lavorava fino a pochi giorni, settimane o mesi prima viene invece danneggiato dal punto di vista sia della programmazione che dell’organizzazione».

Secondo lei questo “trasloco” dovrebbe essere impedito anche nelle case di cura private non accreditate?

«Credo che la legge dovrebbe consentire a un professionista bravo e stimato di continuare a lavorare nel sistema sanitario pubblico senza fissare tetti anagrafici così rigidi oppure impedire a quel medico di svolgere il proprio servizi, dopo la pensione, per il privato accreditato. Il rischio è di confondere l’utente che lo ritiene ancora inserito in maniera piena all’interno del sistema pubblico mentre sta lavorando per il privato. Non vedo l’esigenza di porre vincoli invece al medico che si rivolge liberamente a un centro sanitario solo privato».

Lei descrive una normativa che confonde l’utente. E la libera professione intramoenia come la considera?

«Non dovrebbe essere ammessa in una struttura pubblica, è evidente che così si rischia di non fornire lo stesso servizio a pazienti con le stesse esigenze che è il “dna” del servizio pubblico. Si eliminerebbero poi possibili conflitti di interesse. È vero che il bravo professionista potrebbe decidere di passare al sistema privato per un motivo economico ma si potrebbe prevedere un qualche meccanismo correttivo, innalzando di fatto l’asticella dello stipendio oltre i 150mila euro per premiare competenze e capacità “speciali”. Oggi c’è chi, con l’intramoenia, aggiunge allo stipendio di base centinaia di migliaia di euro. Credo che il paziente possa sentirsi disorientato».

La Nuova Ferrara – 21 giugno 2017

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