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«Pensioni sopra 2.000 euro, niente tagli». Poletti: il governo non li farà né con spending né con interventi su previdenza

giuliano-polettiIl governo non taglierà le pensioni. Lo ha detto ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, alla Camera nel question time dove alcuni parlamentari gli hanno chiesto conto delle proposte di intervento, in particolare sulle pensioni di importo elevato, come suggerito per esempio dal presidente dell’Inps, Tito Boeri. «Per quanto concerne la riduzione delle pensioni superiori ai 2 mila euro, che è stata qui citata come una delle opzioni — ha detto Poletti — credo di poter dire in modo molto chiaro che il governo ha espresso chiaramente l’intenzione di non voler procedere in questa direzione, né all’interno della spending review né per quello che riguarda un eventuale intervento sul tema generale della previdenza». Il tema è stato sollevato in particolare da Boeri che, attraverso l’«operazione trasparenza» lanciata dall’Inps, sta mostrando come la gran parte delle pensioni in pagamento benefici di un calcolo generoso (il retributivo.

Retributivo che non esiste più per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995) che porta a erogare assegni più alti di quelli che si sarebbero dati sulla base dei contributi versati (il metodo contributivo, appunto).

Molto critico verso ipotesi di tagli a carico delle cosiddette pensioni d’oro è anche il rapporto sul sistema previdenziale presentato ieri alla Camera da Alberto Brambilla, presidente dell’associazione Itinerari previdenziali e già presidente del soppresso Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale del ministero del Lavoro. Il rapporto Brambilla ricorda che il tasso di rendimento delle pensioni col retributivo calava notevolmente oltre la soglia di 44 mila euro di reddito e che queste pensioni sono già state penalizzate con ripetuti interventi di blocco della indicizzazione ai prezzi e con l’imposizione di contributi di solidarietà. Inoltre, sottolinea il rapporto, le pensioni che incorporano in proporzione la parte maggiore di importo non corrispondente a quanto versato non sono le cosiddette pensioni d’oro ma quelle integrate al minimo, quelle frutto di prepensionamenti, erogate da fondi speciali e le baby pensioni del pubblico impiego. Basti pensare che ben 8,5 milioni di pensionati (il 52,2% del totale) ricevono prestazioni «totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale».

Se l’ipotesi di tagli sulle pensioni sembra tramontare, resta in piedi quella di introdurre elementi di flessibilità sull’età pensionabile. L’ha rilanciata, durante la presentazione del rapporto, il sottosegretario dell’Economia, Pier Paolo Baretta, pur se a titolo personale. Anche per consentire ai giovani di entrare al lavoro, ha spiegato, bisogna prevedere la possibilità di andare in pensione prima di quanto previsto dalla riforma Fornero (66 anni e 3 mesi, che diventeranno 66 anni e 7 mesi dal 2016). Servono coperture è vero, ma anche non fare nulla costa molto, ha aggiunto Baretta, ricordando gli 11,6 miliardi stanziati finora per gli esodati. Sulla stessa linea il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), che con lo stesso Baretta ha presentato una proposta di legge per consentire il pensionamento prima di 66 anni e fino a 62 anni con una penalizzazione del 2% sull’assegno per ogni anno di anticipo.

Enrico Marro – Il Corriere della Sera – 16 aprile 2015 

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