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L’Ue si arrende all’Italia: l’Iva non aumenterà e il deficit sarà al 2,3%. La Commissione pronta a trattare con Roma sulla flessibilità

Alessandro Barbera. I numeri di primavera presentati la scorsa settimana a Bruxelles dalla Commissione europea hanno lasciato un enigma inevaso attorno un numero. Il numero è la previsione di deficit italiano per il 2018: 2,3%, due decimali in più di quest’anno. L’enigma è il seguente: perché l’Europa ha scritto quel numero, posto che l’ultimo documento ufficiale del governo (il Def) promette di fare scendere l’indebitamento addirittura fino all’1,2%? Significa che Bruxelles non crede agli impegni del governo? O invece è vero il contrario, ovvero perché stanno già concedendo all’Italia più flessibilità?

La risposta più vicina alla realtà è la seconda, e sottintende una notizia clamorosa lasciata finora sottotraccia, sia dalla Commissione che dal governo. Una novità che tocca le tasche di tutti. Per capire facciamo un passo indietro.

Le previsioni dell’Europa sono a “legislazione vigente”: significa che tengono conto delle leggi in vigore nel momento in cui quelle previsioni vengono formulate. Ebbene, il quadro a legislazione vigente dell’Italia prevede che il governo entro fine anno tagli la spesa di 15 miliardi di euro, pena (dal 1° gennaio) l’aumento della seconda aliquota Iva dal 10 all’11,5% e di quella più alta da 22 al 25. Si tratta delle meglio note «clausole di salvaguardia», un’invenzione tutta italiana che sin dai tempi di Berlusconi sposta di anno in anno un pezzo dei sacrifici. Berlusconi ne ha spostato una parte su Monti, Monti su Letta, Letta su Renzi.

Quest’anno la cambiale dovrebbe per l’appunto valere 15 miliardi, quasi un punto di prodotto interno lordo, abbastanza da costringere la Commissione a dare per scontato un abbassamento del deficit per lo stesso ammontare. E invece – come abbiamo spiegato sopra – Bruxelles scrive che l’anno prossimo il livello di indebitamento è previsto al 2,3% della ricchezza prodotta, persino più di quest’anno. Come è possibile?

La spiegazione la rivelano due fonti, una europea e una italiana, ma solo sotto stretto anonimato: nessuno a Bruxelles crede alla possibilità che il governo faccia scattare quelle clausole, dunque sono state di fatto eliminate dai calcoli della Commissione. Se l’ex premier e capo del partito di maggioranza (Matteo Renzi) dice che per nessun motivo al mondo aumenterà l’Iva è inutile insistere oltre. Sembra incredibile ma è così: la Commissione ha di fatto già deciso di abbuonare all’Italia quei 15 miliardi di euro. Ciò non toglie che l’impegno per il 2018 non sia in ogni caso importante: al momento Bruxelles si aspetta maggiori tasse o minori spese per sei decimali di Pil, al cambio una decina di miliardi di euro. A meno che nel frattempo i tedeschi non accettino la modifica di alcuni dei parametri che oggi contribuiscono a calcolare il «saldo strutturale», ovvero i risparmi “veri” che di anno in anno i partner devono garantire ai guardiani dei conti pubblici. La trattativa è in corso, l’esito resterà probabilmente segreto fino alle elezioni tedesche del 24 settembre, quelle che dovrebbero regalare alla Merkel la terza (e ultima) incoronazione a Cancelliere di Germania.

Comunque vada una cosa è certa: questa storia dimostra che l’Europa degli zero virgola non esiste più da un pezzo, e continuare a definirla come tale rischia di apparire ridicolo.

La Stampa – 14 maggio 2017

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