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L’ultimo avvoltoio. Sterminato o avvelenato dai contadini. Così il minaccioso predatore è diventato una specie a rischio. Uno studio sugli esemplari africani ha accertato che sono diminuiti del 62%

Li ho visti in azione. Quattro o cinque, volteggiavano su una collina nel sud dell’Arizona, a pochi chilometri dal confine con il Messico, in un luogo chiamato la Cisterna del Lupo. Maestosi, lenti, lugubri. Aspettavano il loro turno per scendere, come aerei in attesa. Solo che puntavano altro.

Insieme ad un gruppo di volontari umanitari abbiamo temuto il peggio: forse gli avvoltoi dalla vista lunga e dall’olfatto imbattibile avevano scorto dei resti umani nel deserto. Qualche immigrato clandestino stroncato dal calore e dalla sete. Invece no, nulla di macabro. Solo la normale catena alimentare, identica dalla frontiera del Sud Ovest fino all’Asia. La carcassa di una mucca, il banchetto tradizionale per questi uccelli non proprio gradevoli e oggi in pericolo.

Una specie a rischio — come racconta un articolo del «New York Times» — perché il suo cibo è spesso avvelenato di proposito dall’uomo. Nelle sterminate riserve africane del Kenya i bracconieri contaminano le carogne di proposito. Vogliono eliminare i testimoni, gli avvoltoi, colpevoli di segnalare ai ranger la presenza di un animale abbattuto. Uno di questi uccelli — spiegano gli esperti — può scoprire un elefante ucciso in appena mezz’ora, ma ai killer serve oltre un’ora per togliere le zanne. Un lasso di tempo dove corrono il rischio di essere scoperti dalle guardie. E ci pensano anche i contadini ad avvelenare le esche nell’intento di colpire i predatori ma finiscono per coinvolgere anche i volatili. In certe zone dell’India sono stati decimati da un medicinale dato alle vacche poi divorate dagli avvoltoi: una solo scheletro spolpato è stato all’origine della fine di centinaia di esemplari.

In America non c’è bisogno di andare in zone remote per vederli. Alle porte di Washington svolge, secondo le leggi di Madre Natura, il mestiere di spazzino. I daini travolti ogni anno in gran numero dalle vetture gli forniscono il pranzo e lui, puntuale, arriva. Non è un bello spettacolo osservare come esegue il suo compito, con il collo allungato per portare via l’impossibile, incurante di chi fa jogging o fila accanto alla strada in bici. Fa un paio di saltelli sgraziati, al massimo raggiunge un albero, poi torna di nuovo a beccare.

A dispetto dell’immagine brutta e cattiva, l’avvoltoio è diventato una presenza in tanti film. Ovviamente quelli con i cow boy, gli Apache, il Settimo. Il volo in cerchio precedeva l’immancabile scena sull’ultimo massacro nel villaggio indiano, lunghi i sentieri battuti dalle carovane, sui campi di battaglia. Lo hanno infilato in tanti fumetti alla Tex ma anche nelle vignette, immancabilmente appollaiato su un ramo secco. Simile ad un cartello stradale per indicare il limite, un confine ideale, il passaggio dalla vita al peggio. Ed hanno battezzato con la parola «vulture» — avvoltoio — sentieri difficili, oggi attraversati da escursionisti e ciclisti in mountain bike. Gli hanno anche «intitolato» miniere, come quella di Vickenburg, a nord ovest di Phoenix. Una regione oggi di turismo ma un tempo piuttosto selvaggia, contesa tra allevatori, pistoleri, predoni delle diligenze e tribù bellicose. Non molto popolata, però ricca di animali (morti) per i volatili, così come lo è la terra fino al Messico.

Più lontano da qui i ricercatori sono molto preoccupati. Uno studio dedicato agli esemplari africani ha accertato che sono diminuiti del 62 per cento, alcune specie si sono quasi estinte. Un problema reso ancora più grave dalla loro fragilità: la mortalità nel primo anno arriva al 90 per cento. Con conseguenze indirette non meno gravi. In India al posto degli avvoltoi arrivano cani selvatici portatori della rabbia. Anche loro brutti e cattivi ma per niente utili.

Il Corriere della Sera – 28 agosto 2015 

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