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L’urlo dei marò scuote la politica. Girone: abbiamo ubbidito a un ordine, mantenuto una parola e siamo qui

«Abbiamo ubbidito ad un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui». Stavolta alza la voce Salvatore Girone. Con un tono da ultimo avviso. In collegamento via webcam da New Delhi, per iniziativa delle commissioni Esteri e Difesa del Parlamento, il fuciliere di Marina — trattenuto in India assieme al commilitone Massimiliano Latorre, con l’accusa di aver ucciso il 15 febbraio 2012 due pescatori durante un servizio antipirateria a bordo della petroliera privata Enrica Lexie — esce dal protocollo.

Dopo i ringraziamenti, anche al «capo delle Forze Armate», il presidente Giorgio Napolitano, Girone punta il dito contro una strategia difensiva alla quale i due marò sono stati chiamati ad assoggettarsi, ma che non ha portato ancora nemmeno ad una imputazione di reato certa. Con voce a tratti tremante, ma con un tono più alto del consueto, Girone scandisce: «Siamo innocenti e lo gridiamo a gran voce. I due Paesi Italia e India sono due Paesi democratici e devono dialogare tra loro. Per la pace e non per le rotture. Perché il muro contro muro porta solo distruzioni».

Parole dure che rivendicano quell’impegno ricevuto dall’Italia quando, dopo il blitz fallito del governo Monti, il 26 marzo 2013, vennero riconsegnati alle autorità indiane (oggi in presenza dell’allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, contrario alla riconsegna, verrà presentato un esposto contro chi li estradò).

Ma soprattutto i marò fanno capire che è ora di rispettarlo. Non solo con le pubbliche attestazioni di solidarietà, arrivate ieri anche durante la parata a via dei Fori imperiali, con l’applauso fragoroso tributato al Battaglione San Marco.

«Un grido di dolore» lo definisce l’M5S, che mette sotto accusa il governo assieme a Lega e Fratelli d’Italia. Immediata la rassicurazione del ministro degli Esteri, Federica Mogherini: «In questi primi tre mesi di governo abbiamo messo in campo una strategia nuova, seguendo anche le indicazioni del Parlamento, in pieno raccordo con loro. Stiamo lavorando costantemente ora dopo ora, giorno dopo giorno». E l’auspicio che questa vicenda si risolva «il prima possibile e nel miglior modo possibile».

Già. Ma come? L’arbitrato internazionale da molti invocato prevede che la stessa India concordi nell’accettarlo. Dunque, come ha fatto capire Girone, non ci sono possibilità diverse dal cercare un dialogo con il nuovo governo indiano. Il ministro Mogherini ha già assicurato al Parlamento che i contatti sono avviati. E le commissioni Esteri e Difesa intendono annodare i rapporti anche con il Parlamento di New Delhi appena insediato. Ieri si è ipotizzata anche una nuova missione. Ma non tutti sono d’accordo. «L’importante — spiega il presidente commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre — è che siano riavviati tutti canali diplomatici, parlamentari e internazionali».

Il tempo però stringe. Il volto provato di Girone lo testimonia plasticamente. «È una grande emozione per noi guardare e sentire marciare i nostri militari per la Festa della Repubblica. Ma non è certamente bello non essere lì fra di loro. Sono passati più di due anni e siamo costretti ad essere lontani, e presenti solo con una webcam. Noi non possiamo fare altro che soffrire con dignità. Ma nessuno deve essere lasciato indietro».

L’opposizione incalza. «Invece dei clandestini il governo riporti a casa i marò», chiede il leghista Marco Marcolin. «Marò liberi», invocava uno striscione esposto dal Fdi alla parata. Mentre Daniela Santanchè (FI) parla di «festa a metà». E il Cinquestelle Daniele Del Grosso affonda: «Dopo il primo tweet di Matteo Renzi a loro dedicato, è tutto fermo. Il governo sembra sperare in una loro riconsegna spontanea da parte del governo indiano».

Virginia Piccolillo – Corriere della Sera – 3 giugno 2014 

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