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Manovra, solo 1 euro su 6 alla crescita. Le risorse per statali e altre uscite correnti coprono oltre l’80% della spesa programmata in legge di bilancio

Le nuove conferme sugli spazi di deficit aggiuntivo in arrivo dal Lussemburgo aiutano a far quadrare i conti della legge di bilancio. Ma se l’indebitamento netto servirà soprattutto a cancellare gli aumenti Iva del prossimo anno, il resto della manovra attesa in consiglio dei ministri fra domenica e lunedì sembra destinato a concentrarsi su quelle che nel gergo dei conti sono le spese correnti: uscite ripetitive, che a differenza degli investimenti non hanno un effetto leva da utilizzare per spingere la crescita.

A quest’ultimo ambito, nel menu iniziale allestito dal governo, vanno nel 2018 poco più di 600 milioni, cioè un sesto dei quasi 4 miliardi di spesa messa in campo dai capitoli extra-Iva. Il loro peso crescerà nel 2019, soprattutto per le ricadute fiscali prodotte dalla proroga degli incentivi agli investimenti tecnologici delle imprese, ma per le nuove misure le cifre che circolano oggi restano leggere. E la risoluzione approvata in Parlamento, che chiede al governo di trovare i soldi per cominciare a smantellare il “super-ticket” da 10 euro su diagnostica e visite specialistiche, insieme alle richieste in via di definizione nei partiti rischiano di aumentare ancora lo squilibrio.

A spiegare la situazione è anche una serie di eredità che si trascinano dagli scorsi anni e arrivano ora al redde rationem. Le clausole Iva, prima di tutto, che assorbono 15,7 miliardi per evitare gli aumenti di aliquota; ma anche i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, imposti da una sentenza costituzionale del lontano 2015 e rilanciati dall’accordo fra governo e sindacati di fine 2016 che ora l’ultima manovra prima delle elezioni deve onorare.

La spesa strutturale per i nuovi contratti (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) supera i 5 miliardi di euro, 2,9 dei quali servono all’amministrazione centrale e devono essere quindi finanziati dalle leggi di bilancio. A disposizione ci sono oggi 1,2 miliardi, accantonati a rate dalle ultime due manovre, e la copertura che manca va trovata ora perché il 2018 è l’ultimo dei tre anni di riferimento del contratto e deve avere a disposizione i soldi necessari per gli aumenti a regime. Nel prossimo autunno, quindi, sarà già tempo di trovare altre risorse per i contratti del 2019-2021.

Prima, però, bisogna mettere da parte gli 1,7 miliardi che mancano per la Pa centrale oltre ai soldi necessari a salvare dagli aumenti il bonus da 80 euro e a finanziare gli interventi su militari e forze dell’ordine. Anche la scuola aspetta fondi su misura, per esempio per allineare gli stipendi dei presidi e quelle degli altri dirigenti pubblici: secondo i primi calcoli, per avviare il meccanismo in modo percepibile servono almeno 100 milioni, da mettere sulla parte fissa della retribuzione «di posizione», cioè quella che nella Pa cambia in base alla gerarchia. L’università, dal canto suo, pretende lo sblocco degli scatti di anzianità dei docenti, già promesso dalla ministra Valeria Fedeli, e risorse in più almeno per l’assunzione di ricercatori.

Gli altri due miliardi, per sanità e enti territoriali, andrebbero trovati nei bilanci autonomi di Regioni, Province e Comuni, ma solo teoricamente sono neutri dal punto di vista della finanza pubblica. Per due ragioni: governatori e sindaci hanno già chiesto un aiuto dallo Stato per le spese aggiuntive, e in ogni caso la ripartenza della spesa di personale (nei Comuni spinta anche dall’allargamento delle possibilità di assunzioni) sottrae ovviamente risorse alle altre voci.

Su altri 600 milioni, nell’integrazione alla Nota di aggiornamento al Def sotto la voce «coesione sociale», si gioca la partita fra i finanziamenti aggiuntivi per il reddito d’inclusione, annunciati dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, e gli interventi sulle pensioni, al centro da settimane del confronto fra i sindacati e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Il tutto mentre i partiti, in primis quelli di maggioranza, sono al lavoro sulle loro proposte, per allargare un po’ il «sentiero stretto» tracciato da Padoan e di spuntare argomenti utili anche in campagna elettorale: da sinistra si preme per almeno 100-200 milioni con cui iniziare a smontare il super-ticket, mentre al centro si lavora a una nuova tornata di misure per la famiglia da almeno 600 milioni. E la discussione deve ancora cominciare.

Gianni Trovati Il Sole 24 Ore – 11 ottobre 2017

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