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Mappa dei tartassati dell’Imu. Il 10% paga metà dell’imposta

I valori di mercato pari al triplo delle rendite catastali. Il gettito di 18 miliardi. Una tassa che pesa molto sulle abitazioni di maggior pregio, e molto poco su quelle più povere, che incide molto sui contribuenti più ricchi e soprattutto su quelli più anziani, più al Centro e al Nord rispetto al Mezzogiorno.

Un’imposta che funziona molto bene nella redistribuzione della ricchezza tra le varie fasce di reddito, ma anche tra generazioni. Più progressiva della vecchia Ici, e anche meno cara, rispetto a quella, per una gran parte delle prime case. Ma sperequata, perché la base di calcolo restano le rendite catastali, ferme a vent’anni fa. Grazie alle quali, ad esempio, a Bari il peso relativo della nuova tassa sugli immobili è quasi il doppio che a Napoli.

Stiamo parlando dell’Imu, l’Imposta municipale unica che si paga sugli immobili e sui terreni edificabili, ormai prossima a compiere il suo primo anniversario, e le analisi sull’effetto della sua prima applicazione arrivano direttamente dal dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia, in uno studio preparato per il rapporto «Immobili in Italia 2012» che sarà presentato oggi alla Camera. Secondo il rapporto le unità censite al catasto a fine 2010 superavano i 60 milioni di unità, un milione in più del 2009, ma se le rendite sono cresciute più velocemente, arrivando a 34,5 miliardi (+1 miliardo sul 2009), per allineare i valori del patrimonio abitativo a quelli reali del mercato resta ancora moltissima strada da fare. A cominciare dalla revisione delle tariffe d’estimo, «non più coerenti con i valori di mercato — si legge nel documento delle Finanze — e la loro dinamica».

Gli ultimi dati elaborati dal ministero proiettano il gettito Imu del 2012, esclusi terreni e aree fabbricabili, a 18 miliardi di euro, dei quali 12,6 a carico delle persone fisiche: 3,3 miliardi dall’imposta sulle “prime case”, che ha colpito il 68% dei contribuenti, 14,7 da tutto il resto. L’importo medio è di 761 euro, ma è molto più contenuto per l’abitazione principale, per la quale, in media, gli italiano avranno pagato a fine anno 206 euro. La tassa, rivela lo studio, è molto “concentrata” sugli immobili di maggior pregio e sui contribuenti con i redditi più elevati. Considerando solo le proprietà delle persone fisiche, il 10% delle unità con le rendite catastali più elevate paga il 44,7% dell’Imu complessiva, con un importo medio di 2.693 euro, mentre il 10% dei contribuenti i cui immobili sono caratterizzati dalle rendite più basse versa appena il 2,8% del totale.

Prendendo come parametro la ricchezza personale, e non il valore dell’abitazione, il discorso non cambia moltissimo. Si scopre, infatti, che il 10% dei contribuenti con i redditi maggiori (tutti quelli che dichiarano oltre 55 mila euro annui lordi), pagano circa il 20% dell’Imu complessiva. Mentre il 50% dei redditi più bassi arriva al 10% dell’imposta complessiva. Il che, secondo il ministero, «evidenzia un effetto redistributivo» abbastanza rilevante. La maggior parte dei contribuenti Imu si colloca nella fascia di reddito che va da 10 a 26 mila euro, e versa il 33,7% dell’imposta totale. E con l’aumento della ricchezza cresce anche l’importo medio della tassa, che sale dai 301 euro pagati da chi dichiara meno di 10 mila euro, agli oltre 2 mila sborsati da chi denuncia più di 75 mila euro.

Lo studio del ministero evidenzia anche un fenomeno collegato, ma importante. Si scopre, infatti, che a pagare la quota maggiore dell’Imu sono i pensionati. Coloro che hanno prevalentemente un reddito da pensione (il 39,8% dei contribuenti) pagano il 35,5% dell’Imu, a fronte del 25,6% versato dai lavoratori dipendenti (che sono il 41% dei contribuenti), il 13,3% degli autonomi, il 25,3% che attiene ai contribuenti che hanno prevalentemente redditi fondiari. «La nuova Imu — si legge nel rapporto — concentrando il prelievo sui contribuenti più anziani redistribuisce in parte il reddito tra generazioni e favorisce i contribuenti più giovani, che raramente sono proprietari di un immobile». Secondo il rapporto delle Finanze meno del 4% dei contribuenti Imu, infatti, ha meno di 31 anni di età.

Rispetto all’Ici che esisteva sulle prime case, in ogni caso, l’Imu ha un profilo più progressivo, colpisce cioè più duramente chi guadagna di più. E in moltissimi casi la nuova imposta si rivela, grazie anche al gioco delle detrazioni, più leggera. Fatti i calcoli con le aliquote standard (il 4 per mille per l’Imu, il 5 per l’Ici), e considerate le relative detrazioni, secondo il ministero dell’Economia la nuova Ici è più leggera, rispetto alla vecchia Ici, per tutte le unità immobiliari che hanno una rendita catastale inferiore ai 660 euro. Che sono il 74% di tutte le abitazioni censite, e rappresentano il 50% in termini di rendita complessiva.

Resta il fatto che l’Imu, forse anche più dell’Ici, è una tassa iniqua: la base di calcolo sono le rendite e gli estimi fermi a vent’anni fa, e che da allora non registrano più l’evoluzione del mercato. Creando situazioni paradossali. A Bari il valore imponibile medio delle case, ai fini Imu, è abbastanza vicino a quello reale, che è comunque superiore di 1,68 volte. A Milano il valore di mercato attuale è in media pari al doppio rispetto al “valore Imu”. A Napoli e a Roma, però, i prezzi di mercato in alcune zone urbane sono ormai addirittura triplicati rispetto a quelli sui quali si calcola l’Imu. Con punte anche superiori: a Napoli centro il valore reale supera di 3,5 volte quello ai fini Imu, mentre nella zona semicentrale il rapporto arriva a 3,31. La sperequazione è evidente anche tra le aree di una stessa città. A Milano il valore reale degli immobili in zona centrale è pari a 2,03 quello ai fini Imu, in zona suburbana scende all’1,67%. Così a Roma e Napoli: chi abita in periferia, o anche nelle zone suburbane, paga una tassa molto più pesante, rapportata al valore reale degli immobili, rispetto a chi abita nelle zone più centrali, e spesso più eleganti, della città.

Mario Sensini – Corriere della sera – 22 novembre 2012

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