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Medici dipendenti: a Nord concorsi deserti in Lombardia e Veneto, a Sud tanti specialisti in attesa ad aspettare il momento giusto

Allarme concorsi deserti negli ospedali pubblici in Veneto e Lombardia. A lanciarlo, di là del Mincio, il segretario Anaao Assomed Adriano Benazzato: 51 medici dipendenti veneti in pochi mesi hanno dato le dimissioni, 14 solo all’Ulss Rovigo. Mancano radiologi, anestesisti, pediatri, ortopedici. Non tutti vanno via per raggiunti limiti d’età: i medici del servizio pubblico si pensionano o finiscono nel privato e i concorsi per sostituirli vanno deserti. «In Lombardia il quadro è analogo, ad Angera, Monza Brianza, Desio gli ospedali locali vedono alcuni bandi di concorso andare deserti, mentre scendendo al Sud la situazione è opposta, non si assume eppure gli ospedali hanno molti specialisti fermi “dietro la porta” ad attendere il momento giusto», afferma Danilo Mazzacane, segretario Cisl Medici regionale. Certo ci sono situazioni singole dove medici si dimettono e vanno a lavorare nel privato. «E ci sono carenze in anestesia e in alcune cardiologie – aggiunge Mazzacane- ma il servizio pubblico può contare su una “panchina” nettamente più “lunga”, laddove in certe regioni del Nord, in particolare in Lombardia, si assiste a una netta crescita di appetibilità del privato, che spesso offre strutture all’avanguardia per imparare e crescere, E sempre in Lombardia nel pubblico specie tra le donne medico si assiste a passaggi dalla corsia al territorio verso la specialistica ambulatoriale, transito consentito dai contratti».

Converrebbe spostarsi da Sud a Nord «ma il costo della vita è così più alto al Nord che si preferisce fare più lavoretti e aspettare: i fattori produttivi hanno difficoltà a spostarsi, con 2500 euro al mese, anche netti, a Milano non metti da parte molto». «Le “liste d’attesa” per ricoprire un ruolo nell’ospedale pubblico al Nord sono drenate dal turnover, che non ha subito sostanziali blocchi; al contrario nelle regioni del Sud i piani di rientro hanno allungato le attese dei medici», dice il presidente nazionale Cimo Guido Quici, che lavora in Campania. «Al Nord si aggiunge in effetti un privato concorrenziale cui al Sud fa da contraltare scarsità di strutture private e ampio ricorso al precariato; c’è chi da quasi dieci anni aspetta il concorso e intanto lavora nell’ospedale locale e si è fatto una famiglia, ha pochi stimoli ad emigrare». Il contesto di fondo è quello di una de-crescita o non-crescita della popolazione medica, «ma anche di una dismissione del servizio sanitario nazionale che continua ad accorpare e a perdere unità. Se dovessi fare un confronto con la situazione demografica della medicina generale, dovrei dire che la specialistica rappresenta due complessità ulteriori. Da una parte una disomogenea distribuzione degli “approdi”: chirurgia, pediatria, cardiologia, ortopedia sono ciascuna un mondo a sé, con le sue peculiarità e le sue situazioni occupazionali; poi appunto c’è la prolungata questione degli accorpamenti di unità operative delle regioni in piano di rientro che ha portato regioni come la Campania ad avere un tasso di posti letto tra i più bassi in Europa. Per la dipendenza -conclude Quici – osserviamo quindi un Nord dove il pubblico resta solido (e l’unica minaccia al turnover è in effetti rappresentata da un privato molto concorrenziale), e un Sud dove la popolazione medica non cresce ma il blocco dei piani di rientro allunga sempre di più le file e i tempi d’ingresso nel Ssn».

Doctor33 – 10 aprile 2018

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