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Medici e compensi, Zaia: si cambi. Per il governatore serve una legge che permetta alla Regione stipendi personalizzati e premi i migliori

«Sono qui oggi a difendere l’onorabilità di chi lavora nella sanità del Veneto»: così Luca Zaia (nella foto al centro) ha esordito ieri all’ospedale di Cittadella, all’inaugurazione delle nuove apparecchiature diagnostiche dell’Ulss 6 Euganea. Lo scandalo scoppiato nella sanità padovana, con il caso del ginecologo Pietro Litta sospeso dall’azienda e indagato dalla procura con l’ipotesi di peculato, ha riacceso il dibattito sull’attività libero-professionale svolta dai medici che dipendono dal sistema sanitario regionale. Nei giorni in cui il Gazzettino pubblica i dati relativi agli emolumenti triennali percepiti dai camici bianchi, al lordo di imposte erariali e trattenute previdenziali, il governatore accetta di affrontare il tema, arrivando a lanciare l’idea di contratti personalizzati.

Ha visto i compensi delle varie province? «Si. Personalmente sono convinto che redditi debbano essere pubblici perché non c’è nulla di cui vergognarsi: come H mostriamo noi amministratori e politici, così possono tarlo tutti. Vedo che ci sono cifre importanti, ma dobbiamo considerare che spesso ci troviamo di fronte a veri luminari di livello internazionale. Non possiamo pretendere che un premio Nobel venga pagato come uno che non sa neanche fare un’iniezione».

È d’accordo con Sindacato e Ordine dei medici, secondo cui a guadagnare di più sono i pii) bravi? «Parliamo di professionisti che, pur provenendo m larghissima parte dalla scuderia universitaria veneta, non avrebbero alcun problema ad andare a lavorare in qualsiasi parte del mondo. Lo dimostrano l’attrazione esercitata dalla nostra sanità sui pazienti che arrivano da fuori regione e l’attenzione che le multinazionali dedicano all’autorevolezza dei nostri specialisti quando hanno bisogno di sperimentare farmaci o macchinari. Detto questo so che c’è una certa inquietudine fra i cittadini, quando si parla di intramoenia ed extramoenia, cioè la possibilità introdotta dall’allora ministro Rosy Bindi di erogare visite e interventi a pagamento negli spazi interni o esterni all’ospedale. Ma se la stragrande maggioranza sceglie di svolgere la libera professione all’interno, vuoi dire che le strutture pubbliche sono di alto livello, non come spesso succede al Sud o all’estero, dove i più capaci scappano nelle cliniche private».

 

Cosa pensa di una separazione delle carriere, con la scelta fra pubblico e privato puri? «Penso innanzi tutto che alla base ci sia il giuramento di Ippocrate, per cui chi decide di fare il medico si sente investito della missione di salvare la vita agli altri, a prescindere dal suo datore di lavoro. Temo però che, se si imponesse ad uno specialista di imboccare una strada piuttosto che l’altra, gli ospedali pubblici subirebbero un grave impoverimento di professionalità a vantaggio delle cliniche private. Per questo avrei un’altra idea».

Quale? «Una legge che permetta alle Regioni, e quindi alle aziende sanitarie e ospedaliere, di contrattare con i singoli medici dei contratti su misura. Ogni specialista non sarebbe più “lo statale” come lo abbiamo sempre reputato, ma avrebbe la sua specifica retribuzione, calcolata in maniera precisa e documentata in base al suo curriculum, alla sua produttività, alla sua capacità storica di attrarre pazienti da fuori. In questo modo avremmo una lista d’attesa unica, in cui ovviamente la priorità andrebbe data ai pazienti che hanno più bisogno e che risiedono dentro i confini dell’Ulss, ma senza complicazioni di attività intramurarie ed extramurarie».

Non si impennerebbero gli esborsi del sistema pubblico?

«Chiaramente il meccanismo dovrebbe essere studiato bene. Ma non capisco perché in questo Paese si paghino bellamente milioni di euro a chi fa spettacolo in tivù e non si possa darne 300.000 a chi trapianta cuori e polmoni agli ammalati. L’unico problema è che per farlo serve una legge statale… Se fosse per me, l’avrei già approvata».

Intanto il dubbio dei cittadini è che, nelle maglie del sistema misto pubblico-privato, possano annidarsi fenomeni di illegalità. Il caso Litta, con le indagini su “bustarelle” e “nero”, ha suscitato molta indignazione nella collettività. «Purtroppo fa molto più rumore una pianta che cade, rispetto ad una foresta che cresce. Non entro nel merito del caso Litta, perché non sono magistrato, ma è una vicenda che dovrà essere necessariamente chiarita, in quanto non può essere denigrata una sanità che eroga 80 milioni di prestazioni all’anno in 68 ospedali, che registra 2 milioni di accessi nel Pronto Soccorso, che conta oltre 60.000 dipendenti e che vanta numerosi primati. Siccome in tutti i cesti ci può essere una mela marcia, il cittadino a cui viene proposta una parcella in nero deve fare una sola cosa; denunciare. O al limite scrivere a me e poi mi arrangio io».

Leggi anche “Medici e primari quanto vale la libera professione” I conti della sanità Il Gazzettino

Angela Pederiva – Il Gazzettino – 6 febbraio 2018

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