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L’intervista. De Rita (Censis): «Persino il pubblico impiego ormai ha paura del futuro. La pensione? Un’incognita»

de rita censisGiacomo Galeazzi. «Quella di Renzi è una presa d’atto. Dopo l’ultimo quinquennio di precariato e disoccupazione, il posto fisso non esiste più neanche negli enti pubblici. Ci sono solo spezzoni di lavoro». Il sociologo Giuseppe De Rita consiglia al premier «una politica delle opportunità» attraverso «il sostegno al reddito» e «contratti di dieci anni». Infatti «già oggi il 35% dei giovani lavoratori ha un percorso contributivo discontinuo a causa di lavori precari o impieghi senza versamenti pensionistici», osserva il presidente del Censis. Già oggi ogni 100 nuovi contratti di lavoro che vengono attivati appena 15,2 sono a tempo indeterminato, in pratica uno su sei. Tutto il resto è precario, flessibile, a termine.  «Pur meno preoccupati dei dipendenti privati (tra i quali il 41% teme di perdere il lavoro e il 25% di diventare precario), tuttavia questa nuova inquietudine coinvolge anche i dipendenti pubblici, antichi alfieri del posto fisso».

E’ una svolta?

«Lo sarebbe stato cinque anni fa, ma ormai anche nel pubblico impiego si lavora a termine, non più fino alla pensione. Il posto fisso tradizionale è un’icona in via d’estinzione, un mito sfumato. I giovani, però, hanno ancora bisogno di un’aspettativa, altrimenti non possono sposarsi, fare un mutuo, comprarsi casa. Senza sicurezze, almeno per 5-10 anni, non c’è programmazione. Il precariato viene chiamato elasticità. Ma in concreto si moltiplicano difficoltà, non opportunità».

Il “jobs act” non basta?

«Va nella giusta direzione, però crea procedure non aspettative: è un riordino del mercato del lavoro con qualche punta polemica. Si punta a un normale funzionamento, nulla di più. Sono scomparsi i corpi intermedi della società. L’incertezza richiede adattamento. Nessuno dei miei 8 figli ha un contratto a tempo indeterminato. Per non lasciare i giovani in balia di un mercato del lavoro divenuto molecolare c’è bisogno di incentivi, deduzioni fiscali, interventi mirati».

La precarietà ha vinto?

«A Renzi non si può chiedere di sfasciare i conti pubblici per sistemare i precari nella burocrazia. Deve agire sulle aspettative senza gonfiare l’apparato pubblico, la macchina amministrativa. Il ceto medio, che continua a far laureare i figli, conta meno. Neppure la pensione è una sicurezza: è stata percepita come un’opportunità per fare altro, lo strumento per spezzare la rigidità della vita lavorativa. Il 35% dei lavoratori pubblici, privati e autonomi teme di perdere il lavoro e di rimanere senza contribuzione, il 25% di finire nella precarietà con una contribuzione discontinua, il 20% di avere difficoltà a finanziarsi, oltre la pensione pubblica, forme integrative di reddito».

Cosa accresce queste paure?

«Scarsa conoscenza della pensione futura e discontinuità dei percorsi lavorativi . Il 35% degli occupati di 18-34 anni ha cammini contributivi intermittenti. L’allarme riguarda anche i dipendenti pubblici: 1 su 4 teme di perdere il lavoro, il 26% di finire nel precariato. Malgrado i timori, le scelte di risparmio per la vecchiaia penalizzano la previdenza complementare. 11 milioni di lavoratori ignorano aspetti finanziari basilari: interessi sul capitale, inflazione, rischiosità degli investimenti. In Germania i dipendenti pubblici a tempo indeterminato sono più che in Italia. Ma qui restava un totem. La concezione antiquata di intendere l’occupazione a vita».

Il posto fisso è un miraggio. Giovani sempre più precari

Paolo Baroni. Già oggi ogni 100 nuovi contratti di lavoro che vengono attivati appena 15,2 sono a tempo indeterminato, in pratica uno su sei. Tutto il resto è precario, flessibile, a termine. Dunque, di posti fissi come si intendevano un tempo se ne contano davvero pochi e Matteo Renzi, dopo Monti nel 2011 e D’Alema addirittura nel 1999, ha buon gioco alla Leopolda a proclamare a sua volta la fine del posto fisso e a cercare di correre ai ripari col «Jobs act». Il grosso dei nuovi contratti, ben il 69,7% nel secondo trimestre del 2014 secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, è rappresentato dalla sommatoria di contratti di formazione, contratti di inserimento, interinali, intermittenti e contratti di agenzia. Poi c’è un 6,2% di contratti a termine, un 5,8% di contratti di apprendistato ed infine un 3,1% di contratti di collaborazione. Su 2.651.648 nuovi rapporti di lavoro, dunque, solo 403.036 (227mila maschi e 176mila femmine) sono a tempo indeterminato.

Ne consegue un turnover fortissimo che, sempre nel II trimestre 2014, arriva a sommare ben 2.430.187 cessazioni: 355mila sono frutto di richieste del lavoratore, 249mila sono invece promosse dall’azienda. Restano 1 milione e 639 mila contratti che terminano per semplice scadenza naturale del rapporto di lavoro.

Contratti di un giorno

La cosa curiosa è che di queste 2,43 milioni di cessazioni ben 403mila riguardano contratti che durano appena 1 giorno, 170mila tra due e 3 giorni ed altri 380 mila non arrivano al mese pieno di lavoro. Solo 381mila contratti durano più di un anno. Se si analizza la serie storica che va dal primo trimestre 2011 al secondo trimestre 2014 si vede che in tre anni e mezzo lo stock dei contratti cessati ha toccato l’iperbolica quota di 34 milioni e 824 mila interessando 12 milioni e 147 mila lavoratori, che in media hanno pertanto «subito» 2,87 cessazioni a testa. Che tradotto in concreto significa un cambio di contratto, e quindi magari pure di azienda, di mansione, di stipendio e inquadramento ogni 14 mesi e mezzo. Con picchi di 11 mesi e 12 giorni in Puglia e di 11 mesi e 27 giorni nel Lazio.

Tutti a termine o precari

rapporto-lavoro-511Camerieri e braccianti agricoli si contendono la palma delle professioni più gettonate rappresentando rispettivamente la prima occupazione per la manodopera femminile e la seconda per quella maschile, la prima occupazione per gli uomini e la seconda per le donne. Su 179.815 braccianti maschi assunti nel secondo trimestre 2014 ben 178.689 avevano un contratto a tempo determinato e appena 988 uno a tempo indeterminato (126.376 i contratti relativi alle donne, con anche qui appena 6347 contratti a tempo indeterminato). Su 127 mila camerieri maschi quelli assunti a tempo indeterminato sono stati invece 5.534, più o meno come per le donne (143.559 nuovi contratti e 6347 contratto a tempo indeterminato). Se si passa a tipologie di lavoro meno soggette a stagionalità il discorso non cambia più di tanto. Tra le donne su 78mila commesse assunte ce ne sono ben 52mila a tempo determinato, 5.700 in apprendistato, 6.680 con contratti precari e solo 12.100 assunte a tempo indeterminato. Idem per i maschi: se si guardano le qualifiche di manovale e muratore, ad esempio, si scopre che meno della metà dei nuovi rapporti di lavoro attivati per queste posizioni è stabile: 22.175 su 50.174 nel primo caso e 11.190 su 24.717 nel secondo.

Il 46% dei giovani lo cerca

In realtà, secondo un’indagine Coldiretti/Ixé, meno della metà dei giovani italiani (46%) ambisce ad avere un posto fisso contro il 53% dell’anno passato. Quasi un giovane su tre (31%) vuole lavorare autonomamente. Ben il 51% sarebbe pronto anche ad espatriare per trovare un lavoro, mentre il 64% è disponibile a cambiare città. Segno che, almeno sulla carta, la flessibilità poi non spaventa nemmeno tanto.

A rischio il 56% dei lavori

Qualche esperto sostiene che il posto fisso nei fatti non è esistito mai. Perché in seguito innovazioni, cambiamenti delle abitudini e globalizzazione è inevitabile che i vecchi lavori muoiano di continuo e i nuovi lavori nascano. Di qui al 2022, secondo l’indagine «Career Cast», scompariranno taglialegna e tornitori assieme a giornalisti, tipografi, hostess, agenti di viaggio, postini e letturisti dei contatori. Apocalittica, in questo senso, una stima della London School of economics secondo cui in Italia ben il 56% dei lavori di oggi rischia di sparire entro vent’anni. Roba da fare gli scongiuri.

La Stampa – 27 ottobre 2014 

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