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Montagna Veronese. Prati arati e fieno da buttare. È il flagello dei cinghiali

Aumenta il malumore degli agricoltori per la proliferazione di questi animali: ecco il conto delle loro incursioni. Pascoli devastati, erba inutilizzabile per alimentare gli animali e foraggio che non si riesce a vendere «Non si può più vivere, la situazione è peggiorata»

Il taglio dell’erba sui prati della Lessinia in questi giorni ha messo ancora più in evidenza la situazione di degrado dei fondi causata dalle incursioni autunnali e primaverili dei cinghiali. Luigi Brutti, allevatore di una trentina di vacche da latte e altrettante manze, a contrada Vilio di Roverè, ha 10 ettari di prati in località Semidossi «arati» dai musi grufolanti di decine di cinghiali. «Si fa fatica a segare l’erba, i sassi affioranti rovinano le lame e quando si passa con il ranghinatore per la formazione delle andane, si raccoglie di tutto: sassi, cotico, terra. Finisce tutto dentro la rotoballa che è destinata all’alimentazione degli animali. Ma c’è un rischio grosso», rivela Brutti, che la parte umida rappresentata dal terriccio avvii un processo fermentativo che rende inutilizzabile il fieno perché causa mastite e indigestione agli animali». Doppio danno quindi per gli allevatori che si vedono i prati rovinati, parte del raccolto compromesso e impossibilità di utilizzo del prodotto per le finalità dell’azienda. «C’è da aggiungere», precisa Brutti, «che la presenza di questi animali selvatici attorno alle stalle è anche poco rassicurante: sappiamo che portano malattie e la contaminazione degli alimenti è uno dei rischi più alti che corriamo». Gli fa eco Giovanni Pomari che risiede in contrada Grobbe di Roverè, fra il capoluogo e la frazione San Francesco. «Il primo taglio d’erba è stato un disastro: ne abbiamo dovuto buttare via parecchio», ammette. La sua proprietà con i terreni dei vicini raggiunge i 3-4 ettari attorno alle case di Grobbe. «Abbiamo un cane che abbaia quando si avvicinano i cinghiali, ma non osa attaccarli: quelle bestiacce lo sanno e non si preoccupano affatto continuando il loro lavoro di aratura dei prati. Ha la cabina vetrata del trattore con i vetri completamente distrutti dai sassi sollevati tagliando l’erba: «Non vado neanche a denunciarlo perché mi prendo solo parole», ammette. Ama gli animali, le sue 40 vacche e 20 manze, anche quelli selvatici, cinghiali compresi, «ma così non si può più vivere: da quattro-cinque anni la situazione è molto peggiorata e non vediamo soluzioni se non la drastica riduzione del numero o la totale scomparsa di ogni esemplare». L’area interessata dalle incursioni dei cinghiali non è all’interno del Parco naturale regionale della Lessinia e quindi è soggetta alla legge sulla caccia senza particolari restrizioni se non quelle dei periodi ammessi. Ma è anche un’area molto boscata. I prati sono in pratica della radure circondate da boschi di latifoglie, l’ambiente ideale per il proliferare dei cinghiali. Di giorno vivono nel folto del bosco, nella parte più intricata, e di notte escono nelle radure dedicandosi con più solerzia allo scavo sui terreni coltivati a prato o a cereali. I danni sono enormi perché non si limitano al raccolto ma compromettono i fondi anche per le semine e i raccolti successivi. Molti agricoltori hanno da anni adottato sistemi di coltivazione attenti all’eradicazione delle erbe infestanti, ricevendo contributi regionali e comunitari per la bonifica dei terreni oggi vanificata dall’opera distruttiva dei cinghiali sul cotico.

L’Arena – 25 luglio 2013 

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