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Moria delle api, ecco le nuove ricerche. il ruolo del virus Dwv come “guastatore” del centro nevralgico del sistema immunitario

Nel 2013 sono stati compiuti a livello internazionale diversi studi sul problema della moria delle api con specifico riferimento agli aspetti sanitari che costituiscono al momento la causa principale del Colony Collapse Disorder. Purtroppo all’apicoltore manca la possibilità di accedere ad  una quantità di informazioni scientifiche che, invece, sono disponibili presso i centri di ricerca e sono essenziali per inquadrare esattamente il problema.

Mediante l’elaborazione di un modello matematico, gli scienziati hanno dimostrato quanto sia sottostimata l’importanza della capacità lavorativa della bottinatrice, che deriva dalla lunghezza della sua vita e dalla “forza” di cui dispone in relazione al suo stato di salute. La ridotta capacità lavorativa delle bottinatrici rende impossibile che l’alveare accumuli scorte di miele e poi che sopravviva. E’ stato accertato che esiste un collegamento tra la presenza di patogeni nell’alveare, riduzione di vita delle api,  riduzione delle produzioni e morte dell’alveare

Altro problema importante è stato evidenziato da uno studio italiano che ha il pregio  di svelare il ruolo del virus Dwv come “guastatore” del centro nevralgico del sistema immunitario della singola ape , il fattore NF-kB , aprendo la porta alla comprensione di come l’insieme delle infezioni prodotte dai patogeni possa nei migliori dei casi rendere l’ape una sorta di “invalida civile”. Nel peggiore dei casi, invece, la morte è repentina. Il Dwv o virus delle ali deformate, è quello che fa sì che in presenza di varroa, che facilita la vettorazione del virus, le api nascano con le ali sfrangiate

Un’altra  ricerca dai risultati interessanti descrive la risposta immunitaria dell’ape al nosema ceranae e porta indirettamente a comprendere la pericolosità della contemporanea presenza, nell’ape, dei due patogeni, ceranae e Dwv, che indeboliscono la stessa parte del sistema immunitario, ancor che in una sola apparente competizione.

Altro dato interessante emerso è l’aumento di replicazione del virus Dwv nel cervello dell’ape a seguito di infezione da ceranae. Si comprende, da ciò, che pur risultando i due patogeni “in gara” per la riproduzione nello stomaco, l’indebolimento immunitario prodotto dal ceranae apre ampi spazi alla riproduzione del virus nei siti in cui il ceranae non è presente.

Lo stesso, come sopra evidenziato, è prodotto dal Dwv e da ciò si può dedurre dell’esistenza di una sinergia tra i patogeni, pur nella competizione, con devastanti effetti sulla salute dell’ape, sulla sua aspettativa di vita e capacità di lavoro e, non ultimo, sulla sua capacità di sopportazione dell’esposizione a fitofarmaci e ad i farmaci anti-varroa, nonché a  cascata sulla produttività degli alveari e sulla loro sopravvivenza.

Un altro studio interessante evidenzia, con grande chiarezza, come la qualità del polline sia fondamentale sia per l’ape che per l’alveare per resistere al nosema (e di conseguenza ai virus) e da ciò come la nutrizione dell’ape sia il fondamento da cui l’alveare trae la possibilità di esprimere (o meno) la competenza immunitaria che permette alle colonie di api  di resistere ai patogeni. E’ stato dimostrato, inoltre,  come il miele sia in grado di mantenere un certo livello di attivazione immunitaria nelle api mentre la attuale alimentazione sintetica “addormenti” il sistema immunitario.

L’attenzione della ricerca è stata rivolta anche ad un nuovo patogeno delle api il Crithidia mellificae e la sua pericolosità in sinergia con il Nosema ceranae . E’ stato dimostrato come la mortalità invernale degli alveari sia proporzionale alla quantità di patogeni in essi presenti in estate e come per l’alveare sia quasi impossibile non morire quando si trova attaccato da un numero di patogeni superiore a 3. Infine, il mondo della ricerca ha evidenziato  la virulenza del “nuovo”  virus Iapv (virus della paralisi acuta israeliana) dallo stadio di pupa a quello di bottinatrice. Il virus è micidiale. In 3 giorni la bottinatrice è morta e le pupe muoiono anch’esse in tempi analoghi.

La ricerca dimostra quindi come sia di assoluta importanza per combattere il fenomeno della moria delle api affrontare tempestivamente le problematiche sanitarie rispetto alle quali al momento gli apicoltori si trovano impotenti, vista la mancanza di adeguato supporto da parte dei servizi veterinari e di assistenza tecnica in merito.

Sono questi i veri problemi dell’apicoltura alla quale oggi le istituzioni non sa offrire risposte adeguate per tutelare un settore che in Italia conta 1,1 milioni di alveari per un giro d’affari di 60 milioni di euro. In Italia gli apicoltori sono 50.000, di cui 7.500 “professionisti” che totalizzano un fatturato di circa 25 milioni di euro. A ciò si aggiunge il fatto che le api concorrono per l’80 per cento al lavoro di impollinazione e l’alimentazione umana dipende per un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro degli insetti.

Il Punto Coldiretti – 15 gennaio 2014 

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