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Muore sbranato nella gabbia delle tigri, dramma nell’ex bioparco di Pinerolo

Le tigri erano parte del Parco Martinat chiuso nel 2004. Tragedia nel Torinese: l’uomo, 72 anni , è stato aggredito mentre dava da mangiare ai suoi dieci felini, assalito alle spalle è stato trascinato per trenta metri sulla sabbia: senza scampo

Lui amava le tigri come dei figli. Gli parlava. Passava il tempo a preparare il cibo e controllare l’acqua. Toglieva gli ossicini dal pollo per facilitare la digestione e rendere i bocconi più teneri. Ma la tigre Samir non lo ricambiava con la stessa devozione. O forse, semplicemente, si sentiva ancora se stessa, anche se da quattro anni ormai viveva in gabbia. «Abbiamo trovato il signor Lagiard vicino all’abbeveratoio – racconta il primo carabiniere intervenuto sul posto – il suo corpo era smembrato». 

L’agguato di Samir 

Ieri sera alle sette era tempo di cena, in questo pezzo di jungla e voliere arrugginite, con i pappagalli che urlano e dieci tigri e un leopardo affamati. Un tempo si chiamava «Oasi Martinat». Era stato un parco ornitologico da 70 mila presenze l’anno, sulla strada che da Pinerolo porta verso la montagna. Ma da quattro anni è chiuso e abbandonato. Restano uccelli con le piume colorate. Ci restavano due pensionati di ottant’anni ad accudire le loro belve adorate. Carla e Mauro Lagiard, ex venditori ambulanti, hanno passato la vita dietro a un banco di formaggi. Niente figli, ma questa passione per gli animali feroci. Li tenevano in una villetta recintata di Roletto, fino allo sfratto sopraggiunto per ovvi problemi di vicinato. Ma piuttosto che separarsi dalle tigri, avevano trovato questa soluzione. Portarle al parco ornitologico, farle guardare ai turisti. «Dicevano che gli animali erano la loro vita», racconta Giorgio Martinat, il proprietario di questo pezzo di terra. Ha provato a metterli al riparo: «Non volevano separarsi, anche se erano anziani e fisicamente debilitati». Anche se quattro anni fa una tigre aveva già ghermito con una zampata la schiena di Mauro Lagiard, costringendolo ad otto mesi di ospedale. Anche se pericoli e insofferenze erano note. «Samir e mio marito non andavano d’accordo» ripeteva ieri notte Carla Lagiard. 

Il racconto della moglie 

Era il giorno di uno dei due pranzi settimanali. Mauro Lagiard aveva aperto le gabbie e stava passando nel corridoio con un secchio pieno di polpettine di pollo. È stato preso alle spalle, trascinato per trenta metri sulla sabbia, fino al centro di uno spiazzo in terra. Il resto, non si può dire. 

Però forse è utile raccontare che la moglie Carla, per chiamare i soccorsi, ha impiegato un’ora e mezza. Il tempo necessario per convincere le tigri a rincasare. Ieri notte la scena era surreale. «Non avvicinatevi – diceva un appuntato ai fotografi – non vorrei che le tigri si innervosissero». Un intervento mai visto. Con la signora Carla che ancora si sentiva in colpa: «Mio marito e Samir non si prendevano. Fossi andata io non sarebbe successo». 

Da quattro anni erano qui abusivamente. Dormivano in un container con le loro poche cose. I tentativi di farli desistere erano andati tutti a vuoto. Il sindaco del paese ci aveva provato ancora la settima scorsa. Era difficile anche riuscire ad andare a parlargli, in questo posto che avrebbe fatto la felicità di Salgari, con l’Africa in Piemonte. E anche adesso che stanno portando via il cadavere del marito la signora Carla non rinnega la scelta: «Io sto qui». Come certi anziani di città che si contornano di sacchetti, rifiuti e vecchi ricordi, così Mauro e Carla Lagiard vivevano bene soltanto fra le loro tigri. 

La Stampa – 3 luglio 2013 

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