Insomma, un identikit che sembra ritagliato sulla personalità di Giuliano Amato: presidente del Consiglio due volte, la prima in un momento drammatico del Paese – nel ’92 – quando l’Italia rischiò il default. Ma a lui sono stati affidati anche dossier importanti sulle riforme istituzionali non solo italiane ma anche dell’Unione europea, come vicepresidente della Convenzione Ue per la Costituzione. Soprattutto è la sua esperienza nazionale combinata alla levatura internazionale a spingere il capo del Stato a scommettere su di lui anche se non è l’unico nome rimasto in pista. Più indietro ma ancora sul tavolo restano Enrico Letta mentre qualcuno non esclude Franco Gallo, presidente della Consulta espressamente citato da Napolitano nel suo discorso dell’altroieri a Montecitorio.
Oggi è il giorno decisivo. Nel senso che l’incarico dovrebbe affidarlo già in mattinata – dopo l’omaggio ad Antonio Maccanico scomparso ieri – per chiudere in fretta la partita. L’incarico sarebbe pieno, verrebbe accettato con riserva ma la riserva potrebbe essere sciolta già giovedì, 25 aprile, con il giuramento del nuovo Governo. Una data simbolica che Napolitano vuole onorare a tutti i costi proprio dando un Esecutivo al Paese dopo quasi due mesi dalle elezioni. Insomma, ci sarà ancora questa notte di riflessione. Intanto quella di ieri è stata una lunghissima giornata cominciata alle 10.30 con Pietro Grasso, poi con Laura Boldrini, e terminata dopo le 20 con il colloquio con il Pd. Un giro di consultazioni per un «aggiornamento delle posizioni» – come l’ha definito lo stesso Napolitano – che si è dilungato solo con la delegazione dei Democratici in un faccia a faccia che ha superato l’ora. È stato infatti il colloquio più difficile perché più tormentata è la posizione del partito rispetto a un Governo politico e di larghe intese.
Non solo la delegazione guidata da Enrico Letta ha dovuto esprimere le perplessità di alcuni nel partito al nome di Giuliano Amato ma le difficoltà più forti sono sulla lista dei ministri. Nel senso che su alcuni nomi del Pdl ma soprattutto su alcuni ministeri-chiave – come il Welfare o l’Economia – i Democrats fanno molta difficoltà. Cioè, vorrebbero mantenere se non un potere di scelta almeno un potere di veto verso nomi indigeribili. Si è passato più di un’ora a discutere, quindi, della squadra meno indigesta per il Pd e anche a contare i numeri per la fiducia al Senato. È lì che il Pd dovrà garantire una tenuta visto che la Lega si è sfilata e pure Sel. I due partiti l’hanno detto chiaro a Giorgio Napolitano che sceglievano l’opposizione ma questa non è stata una sorpresa nemmeno per i loro rispettivi alleati, Pd e Pdl.

Del resto le riforme che ha in mente il Colle – almeno alcune – non si sposerebbero con le istanze di Vendola e di Maroni soprattutto sul fronte del rispetto degli impegni in Europa. Ed è stata proprio una frase sull’Europa – e sulla necessità dell’Italia di ricontrattare i vincoli finanziari – pronunciata da Enrico Letta che ha portato molto su le quotazioni di Amato come probabile premier incaricato. Un nome che Napolitano aveva in mente già come suo successore al Quirinale e che aveva perfino proposto sia a Pierluigi Bersani sia a Silvio Berlusconi quando sabato erano saliti al Colle per convincerlo a un bis del mandato. In quella circostanza il capo dello Stato propose i nomi di Amato e della Cancellieri che però – secondo i due leader Pd e Pdl – non avrebbero raggiunto la maggioranza delle Camere.
Dunque, se è più vicino il nome del premier incaricato – che il borsino della nottata dava favorito Amato – ancora complessa è la questione sulla lista dei ministri su cui il capo dello Stato dovrà spendere di nuovo la sua forza di persuasione sui partiti. Una forza che in questo giro ha, ma che appena tre settimane fa, quando era in scadenza, gli mancava. Adesso le posizioni di forza sono totalmente ribaltate e Napolitano può mettere le elezioni e perfino le sue dimissioni sul piatto lasciando i partiti ai loro veti incrociati davanti al Paese

Sole 24 Ore – 24 aprile 2013