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L’analisi. Quirinale, il Palazzo si è chiuso a doppio mandato

di Marco Damilano. Con il Napolitano-bis i partiti hanno voluto blindarsi rispetto a tutte le “istanze di cambiamento radicale” che lo stesso Presidente aveva invitato ad ascoltare, pochi giorni fa. Ora la classe politica è una fortezza assediata: al di fuori della quale, oltre a Grillo, c’è molto altro. E l’Italia sembra sempre di più la Germania di Weimar

A mezzanotte passata un elicottero ancora sorvola il cuore di Roma, un piccolo gruppo di manifestanti risale via Nazionale, verso il Colle più alto. La conclusione di una giornata senza precedenti, l’ennesima vissuta dalla Capitale negli ultimi due mesi: il primo papa dimissionario dell’età moderna e ora il primo presidente repubblicano riconfermato, di fatto rieletto a vita. Re Giorgio da ieri pomeriggio e’ davvero un monarca repubblicano, dotato di poteri assoluti. In mezzo a una piazza che ribolle di ira, in un paese sempre più diviso e sempre più insofferente verso la politica.

Alle cinque del pomeriggio, mentre i grandi elettori rieleggevano Napolitano, la Camera era circondata da camionette della polizia e da manifestanti che chiedevano l’elezione di Stefano Rodota’. Fuori i cittadini indignati, dentro il falò delle vanita’. Immagine plastica di una separazione assoluta tra Palazzo e società. “Prima era la società a non conoscere cosa avveniva nel Palazzo, ora e’ il Palazzo a non sapere cosa si muove nel profondo della società”, ha scritto qualche anno fa lo storico Adriano Prosperi. In questi giorni quella distanza e’ sembrata incolmabile.

Sovrano e’ chi decide nello stato di eccezione. La fortunata formula di Carl Schmitt trova oggi la sua traduzione italiana, in un Paese cioè che vive in uno stato di eccezione duratura, perenne, ma che ha sempre trattato in malo modo i suoi capi, i suoi sovrani.

Giorgio Napolitano, 88 anni il 29 giugno, e’ stato costretto a rivedere i suoi piani anche esistenziali dopo che per tre giorni il Parlamento ma, occorre ripeterlo ancora?, in particolare il Pd hanno dato vita a uno spettacolo osceno e sono finiti nel cul de sac, nell’imbuto dei risentimenti e dei tradimenti. Ora che il partito più grande si è suicidato non resta che tornare a quello che è sempre stato lo schema di gioco preferito dal presidente uscente-rientrante: il governissimo, le larghe intese.

Doppio, triplo trauma. La settimana che si chiude non segna solo la fine di tante leadership, più in profondità con questa elezione presidenziale tramonta il sistema politico fondato sulla seconda parte della Costituzione del ’48. Tra un’innovazione e una forzatura il sistema non c’è più, abbiamo un governo non legittimato da nessun voto popolare, un Parlamento bloccato e costretto a decine di voti di fiducia e ora anche un Presidente costretto a restare, l’unico baluardo rimasto.

Dopo due mesi di parole sul governo di cambiamento la dirigenza più inconcludente della storia del Pd ripiega su una richiesta di conservazione. Ma non è un problema solo del Pd: un mese fa era stato Napolitano al Quirinale a parlare di “istanze di cambiamento radicale” che si erano espresse nelle urne e che andavano ascoltate. Non esattamente quello che è successo in questi giorni tormentatissimi, a occhio e croce. Ma ora il rischio maggiore e’ dare alla crisi una soluzione di blindatura, trasformare la classe politica che ha votato il Napolitano-bis in una fortezza assediata. Perché nella recente storia d’Europa ci sono almeno due precedenti di anziani salvatori della patria costretti a tornare in servizio. Il primo e’ quello di Charles De Gaulle, richiamato dopo il disastro della guerra algerina: cambiò la Costituzione e traghettò la Francia verso la Quinta Repubblica presidenziale. Il secondo, assai più fosco, e’ quello del generale Paul von Hindenburg che nel 1932 fu spedito per la seconda volta alla presidenza della Germania per contrastare l’ascesa di Hitler. Mossa resa necessaria dalle spaccature a sinistra, già. Non riuscì, però, e la Repubblica di Weimar morì.

Ci sono tutti i sintomi di Weimar, in questi giorni. La recessione economica e i partiti imbellì. Grillo no, lui non c’entra nulla con Weimar, naturalmente. Stasera quando sono arrivati Forza nuova e Casa pound la manifestazione di 5 Stelle si è sciolta. Da’ voce agli scontenti, agli esclusi dal sistema. E a una sinistra sommersa che nel Pd non si riconosce più e si riconoscerà sempre meno, data anche la discesa in campo di Fabrizio Barca che con il suo tweet di appoggio a Stefano Rodota’ ha fatto il suo primo vero fragoroso assolo politico.

Re Giorgio II può essere Hindenburg o De Gaulle. Fuor di metafora, può essere il testimone impotente della crisi finale della democrazia italiana così come l’abbiamo conosciuta. Oppure può diventare il motore della trasformazione. Di certo non sarà facile lavorare con una classe politica ancora più indebolita e sterile di prima: non sono riusciti a vincere le elezioni, poi a fare un governo, ora neppure il presidente della Repubblica. Il Pd e’ a pezzi, il Pdl sempre più berlusconi-centrico, la Scelta civica di Monti avvolta nell’ambizione personale del premier e nella convivenza fra le varie anime, Grillo e’ in piazza… In queste condizioni il compito di Napolitano appare impossibile, ma chissà. La sua rielezione e’ già una riforma istituzionale, le altre forse arriveranno. Per questo, e non per altro, la rielezione di Napolitano e’ un’opportunita’ che non va di nuovo sprecata. Visti i precedenti, non c’è da essere ottimisti.

L’Espresso – 21 aprile 2013

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