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Crisanti: “Non ci libereremo mai dal coronavirus e la crisi della Sanità pubblica è un problema”. Il dialogo del virologo e neosenatore con il direttore della Stampa

La Stampa. «Non ce ne libereremo mai». Andrea Crisanti parla del Covid, ma la sua frase così netta non è affatto una dichiarazione di sconfitta. Anzi. Aggiunge subito che ci sono tre parametri di riferimento che l’hanno convinto che la situazione è sotto controllo. Piuttosto a togliergli il sonno è il declino della Sanità italiana, sempre più sottofinanziata e quindi drammaticamente inefficiente.
Il microbiologo dell’Università di Padova, neosenatore del Pd, volto simbolo degli scienziati (non molti, per la verità) che durante la pandemia non hanno avuto paura di mettersi in gioco con parole taglienti e appelli al di là di ogni ragionevole dubbio, è salito sul palco del Festival di Salute, ieri sera all’Ara Pacis a Roma, e nell’intervista con il direttore de “La Stampa”, Massimo Giannini, ha messo in luce i tre elementi in gioco per capire la situazione. Il virus – si è chiesto Giannini – sembra tornare a colpire e, allora, la domanda è: «A che punto è la notte?». Risposta: «Abituiamoci a convivere». Per capire l’invisibile aggressore sono tre gli elementi da tenere d’occhio. «Primo: il numero delle persone protette, che è dato dalla somma dei vaccinati e dei guariti. E in Italia siamo al 98%. Secondo: la capacità del Covid di generare varianti e quindi di infettare anche chi si è immunizzato. In questo caso, per fortuna, risulta poco virulento. Terzo – aggiunge Crisanti – le opportunità che gli diamo diffondersi».
Com’è evidente si può agire sul primo e sul terzo punto, mentre il secondo, “il profilo biologico”, ci sfugge e si fa beffe delle nostre ambizioni di previsione e contenimento. La barriera del 98% è un ottimo risultato, superiore a quello di molte altre nazioni, e la prudenza rappresenta l’altra grande arma. «Il punto è l’accettabilità sociale delle misure collettive che adottiamo». Ecco perché Crisanti insiste sulla necessità di non buttare via le mascherine che ci hanno accompagnato per quasi tre anni. «I fragili – ammonisce – devono metterla sempre: mi riferisco a persone dai 75-80 anni, che soffrono di pressione alta, sovrappeso e con diabete. Loro, se si contagiano, rischiano molto». Quanto agli altri, devono ricorrere al buonsenso. In treno e in aereo, per esempio, “è meglio”.
La salvezza – come ribadisce Crisanti – è arrivata e continuerà ad arrivare dai vaccini. La tecnologia dell’Rna si è rivelata vincente: molti prodotti sono arrivati e altri ancora si affacceranno sulla scena. Ma – sottolinea il professore alla domanda di Giannini – la speranza di una sorta di “vaccino universale” è probabilmente destinata a restare tale. La famosa (e diabolica) proteina Spike «possiede centinaia di amminoacidi, con un altissimo numero di permutazioni che non possiamo replicare». Di conseguenza, i vaccini anti-Covid seguiranno un destino simile a quelli anti-influenzali, che, peraltro, obbediscono a una logica consolidata. Si intercettano le varianti, si identifica quella a maggiore diffusione e si realizza il farmaco “su misura”. La corsa è continua, a ostacoli, e non sembra mai avere fine. Ma i risultati sono comunque positivi e l’influenza viene tenuta sotto controllo, sebbene – aggiunge Crisanti – «sia meno banale di quanto in genere si tenda a pensare: provoca, comunque, tra 7 e 8 mila morti l’anno».
«Dovremo, quindi, vaccinarci ogni anno?», chiede Giannini. «Sì, se emerge una variante più pericolosa. E i fragili – continua Crisanti – dovranno prevedere anche una quarta e una quinta dose». Ecco che cosa significa imparare a convivere con il Coronavirus, ospite sgradito ma onnipresente. E anche intruso che ha messo a nudo molte nostre debolezze, prima tra tutte quella della Sanità. «Ha fatto esplodere la malagestione del sistema – osserva Giannini – ed è la conseguenza di una politica di tagli di anni». Il direttore de “La Stampa” li stima tra gli 8 e i 10 miliardi l’anno e Crisanti aumenta la cifra, già terribile, e la fa salire, con gli aggiustamenti temporali e dell’inflazione, alla sconcertante soglia dei 200 miliardi attuali. «Quando sento che il Pnrr prevede 30 miliardi per la Sanità, si parla di un pannicello caldo». E ribadisce sconsolato: «Il Pnrr non basterà».
La Sanità – sottolinea il professore – soffre di due grandi mali. «Uno strutturale e l’altro gestionale. Uno, a causa dei sottofinanziamenti, si misura dall’obsolescenza delle strutture e dai ritardi nelle prestazioni tra diagnosi e cure. L’altro di realtà che possono legiferare in autonomia e che, fatto inaudito, controllano sé stesse». Il verdetto di Crisanti è tagliente, nello stile che l’ha reso famoso: «Bisogna restituire il servizio pubblico ai cittadini», mentre il numero dei medici cala e le code si allungano.
Giannini fissa il professore e lo incalza: «Adesso lo chiedo anche al politico e non soltanto allo scienziato: quanto è in crisi, allora, la nostra Sanità?». Molto, moltissimo. Crisanti propone la sua ricetta: investire e modernizzare, anche se teme che il prossimo governo insegua il “modello lombardo”, che secondo lui è sbagliatissimo. «Privatizza e spinge i malati di alcune regioni a emigrare in altre». Lui vorrebbe come ministro un politico, «perché così si prende le proprie responsabilità davanti ai cittadini. Ma dovrebbe circondarsi di tecnici e di esperti». Il candidato di cui si vocifera, Francesco Rocca, gli pare “un uomo competente”. E non si dispiace troppo di non essere diventato, lui, ministro. «Si era preparato?», gli chiede Giannini. »No – sorride -. Sapevo che il Pd avrebbe perso». —
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