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Non passa in Sicilia il tetto imposto da Renzi alla Pa. Dopo lo scandalo dei mega stipendi difesi a oltranza. Sono le Regioni che vanno abolite?

 di Tino Oldani. La pessima governance della Regione Sicilia in materia di alti stipendi sta aprendo alcune crepe nel muro di silenzio che finora ha accompagnato la proposta di Italia Oggi di abolire tutte le regioni, a cominciare da quelle autonome. Una di queste crepe l’ha messa in mostra l’altro ieri il talk show «L’aria che tira» di Myrta Merlino su La7, dove il giornalista dell’Espresso, Tommaso Cerno, si è scontrato con la deputata renziana, Simona Bonafé, su un argomento finora tabù

«Invece di perdere tempo con la finta abolizione delle province, il governo Renzi doveva abolire le Regioni, che sono una voragine». Accusa a cui la Bonafé non ha saputo dare una risposta convincente, salvo trincerarsi dietro al solito ritornello sulle tante riforme che il governo Renzi ha intenzione di fare nei prossimi mille giorni.

Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra, dicevano i latini. Per questo insistiamo sull’inutilità delle regioni: la loro abolizione produrrebbe un taglio vero della spesa pubblica, eliminerebbe sprechi e ruberie di ogni tipo, e renderebbe possibile un forte taglio delle tasse su imprese e famiglie, indispensabile per rianimare i consumi e l’economia. Gli argomenti non mancano. È di ieri la notizia che la giunta della regione Sicilia, guidata da Rosario Crocetta, non ha inviato all’Ars (Assemblea regionale siciliana) la rata mensile dei finanziamenti ordinari. Di conseguenza, il parlamento siciliano, che si picca di avere lo status del senato di Roma ed è presieduto da Giovanni Ardizzone, non ha potuto pagare gli stipendi né ai 90 deputati regionali, né ai 270 dipendenti di ruolo, né ai 160 collaboratori esterni. Un fatto senza precedenti, dietro al quale si cela un conflitto sordo tra la giunta e l’Ars, dove l’autonomia viene confusa con i privilegi.

In quanto regione autonoma, la Sicilia finanzia il proprio bilancio trattenendo il cento per cento di tutte le imposte pagate sul suo territorio. Altre regioni, come la Lombardia e il Veneto, sono invece finanziate dallo Stato con meno del 30 per cento delle tasse riscosse sul loro territorio. Ma, a differenza di queste ultime, che hanno i bilanci in ordine, la regione Sicilia spende da anni più di quanto incassa e sta vivendo una pesantissima crisi di liquidità. A gonfiare le spese hanno contribuito, non solo l’elevato numero dei dipendenti (più di 20 mila, contro i 3.300 della Lombardia), ma anche i sontuosi stipendi e vitalizi che i deputati regionali e i burocrati della giunta e dell’Ars si sono attribuiti negli anni, superando, in fatto di privilegi, non solo tutte le regioni, ma anche il senato, la camera e gli altri organi costituzionali, come la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale.

Un esempio per tutti: il segretario generale dell’Ars, Sebastiano Di Bella, 61 anni, guadagna 650 mila euro lordi l’anno, più o meno 1.600 euro al giorno. L’entità del compenso è stata denunciata come una «enormità inaccettabile» dal presidente della giunta, Crocetta, dunque da una fonte attendibile. Significa che il segretario del parlamento siciliano guadagna il triplo del segretario dell’Onu Ban Ki-moon (222 mila euro lordi) e più del doppio del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (400 mila dollari, pari a 290 mila euro). Pensate che sia cambiato qualcosa dopo che il governo Renzi ha introdotto il tetto di 240 mila euro lordi per i dirigenti pubblici? Trattandosi della Sicilia, che si considera uno Stato nello Stato, la domanda è del tutto superflua: il dottor Di Bella continua a prendere gli stessi soldi di sempre. E continuerà a prenderli fino a quando la giunta e l’Ars non avranno risolto l’incredibile contenzioso a cui hanno dato vita nelle ultime settimane con due diverse decisioni, proprio in materia di alti stipendi.

Si è mossa per prima la Giunta di Crocetta, che ha fissato il tetto a 160 mila euro lordi l’anno, dunque una soglia più bassa dei 240 mila euro stabilita da Renzi. «Non è un numero a caso» ha spiegato Crocetta. «Abbiamo stabilito la soglia di 160 mila euro in base a uno studio che colloca la regione siciliana nella media del Paese. Il tetto più alto apparteneva alla regione Lazio con 200 mila euro, ma ora il primato va purtroppo all’Assemblea siciliana». Il motivo? Semplice: il parlamento regionale siciliano, non potendo più difendere gli stipendi sopra il tetto indicato da Renzi, ma non volendo neppure abbassarsi alla «miseria» dei 160 mila euro fissati dalla giunta per i suoi dipendenti, ha scelto di allinearsi alla soglia nazionale di 240 mila euro. Risultato: ora giunta e Ars hanno tetti di stipendio diversi, con uno scarto di ben 80 mila euro l’anno, pur facendo parte della stessa Regione. Di fronte a un simile sconcio, c’è ancora qualcuno disposto a difendere l’autonomia regionale?

Sembra incredibile, ma c’è. Il presidente dell’Ars Ardizzone, ha tenuto a ribadire che «il tetto di 240 mila euro, previsto dal decreto Renzi, è stato deliberato nel rispetto della Costituzione italiana e dello Statuto siciliano». Non solo: «Pur consapevoli che si sarebbe potuto fissare un tetto più alto, così come la stessa normativa nazionale consente per gli organi di rilevanza costituzionale, quale l’Ars, si è ritenuto di concorrere alla riduzione della spesa pubblica». Come dire: invece di criticarci, dovreste ringraziarci! Una faccia tosta incredibile, non c’è dubbio. Ma quali sono gli stipendi dei giudici della Consulta, organo costituzionale esentato dal tetto dei 240 mila euro? Quello del presidente Gaetano Silvestri, è di 560 mila euro lordi. Guarda caso, identico a quello del segretario generale dell’Ars. Ma, a differenza di quest’ultimo, pare destinato a restare tale.

ItaliaOggi – 28 giugno 2014 

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