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Nuove Ulss. Verona seconda in Veneto solo all’Euganea. Gli assistiti della Scaligera sono ben 922.555. I medici ospedalieri: «Come lavoreremo? E il destino degli ospedali?»

«Un’ammucchiata». I medici la definiscono così, la mega Ulss, la 9 Scaligera, uscita da Venezia per riformulare gli ambiti territoriali sanitari. Con l’intento di aggregare zone provinciali – fatta salva, ad esempio, la vicina Vicenza che ha due poli gestionali, con grande disappunto dei sindaci veronesi che vi vedono dietro giochi politici, per non chiamarli «favori» o, peggio, «dispetti» – e conseguire economie di scala, riducendo apicali ed altri vantaggi economici che si spera siano raggiunti.

A patto che, con un bacino di assistiti di 922.555, il più grande del Veneto, secondo solo a quello della Ulss 6 Euganea, ma di poco, i risparmi vadano a buon fine.

PERCHÉ RISPARMIARE. «Se l’intento della Regione è di comprimere l’apparato burocratico, riducendo il personale amministrativo, che ora è un mostrum», esordisce Roberto Mora, presidente dell’Ordine dei medici di base e da sempre addentro alle tematiche sanitarie nel complesso, «ben venga la riorgaizzazione. Oggi c’è uno squilibrio tra chi opera nella burocrazia della Sanità, tra il numero di ospedali nuovi e di sale operatorie e il loro effettivo bisogno, cioè senza il personale che possa lavorarvi. Un esempio: nell’azienda ospedaliera di Verona su 36 sale operatorie disponibili, ne vengono sfruttate 20. Fino ad oggi si sono costruito solo muri, ma che circondano servizi inutilizzati o sotto utilizzati. Per contro, da anni si assiste ad una costante contrazione del personale, sia medico che infermieristico e il turn over è bloccato. Perciò se risparmi vi saranno, ci si augura che le risorse vadano a migliorare una situazione pressoché al collasso, che costringe i medici ospedalieri a lavorare sempre di più ed anche, cosa da non sottovalutare per quanto riguarda la sopravvivenza degli ospedali della provincia, ad eseguire sempre più interventi che potrebbero essere presi in carico altrove. Per questo si teme lo svuotamento dei nosocomi fuori della provincia».

LA BUROCRAZIA. Stiamo forse parlando di fantasanità se diciamo che l’apparato burocratico – che nell’Italia tutta, malgrado le leggi fatte ad hoc, è fonte di continui rallentamenti e di iniziative che finiscono per sfiancarsi – a vol te è organizzato appositamente per giustificare carenze ingiustificabili? «No. Purtroppo è la realtà», riprende il presidente Mora, «ovvero se io decido che voglio limitare gli accessi ad esempio al pronto soccorso, creo un sistema di punteggio macchinoso al punto da allontanare la gente, a non farsi curare dove dovrebbe. La burocrazia, insomma, giustifica il fatto che non ti erogo un servizio: non è colpa mia, è colpa dell’organizzazione. C’è dunque, ripeto, da sperare che la riforma abbatta i muri della burocrazia e, insieme, aumenti la qualità e la quantità di assistenza».

DOVE PORTA IL CARROZZONE Altro punto focale per la maxi Ulss Scaligera – di fatto operativa già da un anno – è come la si vuole gestire. «Debbono, in Regione, essere chiarissimi su questo punto», dicono i chirurghi ospedalieri, «perché già dall’ingresso del commissario si è visto un grande cambiamento, non positivo, nel personale: nessuno sa più come agire, che fine farà, le funzioni che avrà l’ospedale in cui si lavora».

E se l’incertezza regna tra il personale, figurarsi tra gli assistiti. «Tutt’oggi vi sono lunghe liste d’attesa in quasi tutti i settori sanitari», riprendono i chirurghi, «senza possibilità di smaltirle con personale in ingresso. Tutti i cambiamenti devono avere un’orizzonte. Linee chiare. Si spera che agli attuali direttori vengano aumentati i poteri decisionali, altrimenti vi sarà uno scollamento tra vertici e base e maggior confusione. Un dirigente di un ospedale deve invece poter parlare con la gente, spiegare, ad esempio, cos’è successo ad un parente». Altra richiesta avanzata dagli ospedalieri è il coinvolgimento sinergico con i medici di base, i quali potrebbero, a loro dire, interloquire costantemente con la sanità locale, per prendersi in carico i casi risolvibili dal loro intervento o anche convenzionarsi per alcuni servizi o turni. Detto ciò, si attende che i malumori dei sindaci, da quello di Legnago Clara Scapin a quello di Sommacampagna Graziella Manzato, passando per tanti altri, non sfocino in un testa a testa insanabile, con ripercussioni sui servizi assistenziali.

L’Arena – 9 ottobre 2016

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