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Obblighi e incentivi: obiettivo rinnovabili. Il Pd: «È già vecchio». Dal «car sharing» alle serre dopo 17 anni di rinvii approvato il Piano energetico

Atteso da 17 anni, dopo una tortuosa gimcana tra Palazzo Balbi e Palazzo Ferro Fini iniziata nel lontano 2012 e proseguita tra riscritture, consultazioni e rinvii (basti pensare che la giunta ha spedito tutti i faldoni in consiglio per ben tre volte: 12 agosto 2014, 16 dicembre 2014 e 29 ottobre 2015), il Piano energetico regionale è stato infine approvato ieri dall’assemblea veneta.

Si tratta di uno dei grandi atti programmatori della Regione, come il Piano cave o il Piano rifiuti, la cornice all’interno della quale andranno scritti d’ora in avanti le leggi di settore e i provvedimenti amministrativi, con ricadute molto pratiche se si pensa alle polemiche scatenate dalle centraline idroelettriche nel Bellunese, ai comitati sorti contro gli impianti a biomasse delle aziende agricole o contro i campi sottratti alle coltivazioni per essere convertiti ai pannelli fotovoltaici, agli allarmi lanciati dagli esperti sui picchi di Pm10 generati dalle stufe a pellet. Ha un difetto originario di non poco conto, però, il Piano licenziato ieri: essendo passati 5 anni da quando s’iniziò a scriverlo, di fatto l’orizzonte a cui si guardava per il raggiungimento degli obiettivi, che all’epoca pareva lontanissimo, ora è ad un passo: il 2020.

Ad ogni modo, il Piano è nato dalla collaborazione di 70 soggetti diversi (i principali, accanto alla Regione, sono stati l’Arpav e l’università di Padova) e dall’analisi di oltre 5.300 osservazioni, tutte tese al medesimo scopo: scrivere la road map per far sì che, come chiesto dall’Europa, in Veneto l’incidenza delle fonti rinnovabili sul totale dell’energia consumata possa superare il 10,3% (tecnicamente si chiama burden sharing , oggi siamo al 9,7%). Un obiettivo che si può raggiungere in due modi: aumentando il numeratore, e cioè la quantità di energia verde prodotta, oppure abbassando il denominatore, e cioè riducendo i consumi. Con un dato di partenza interessante: oggi il Veneto importa il 53% dell’energia che consuma (90% se si guarda alla sola energia termica), ben lontano da qualsiasi velleità d’autosufficienza. Ci sono poi altri due sub-obiettivi: il primo mette in relazione efficienza e risparmio, il secondo guarda al settore dei trasporti. Le aree di intervento individuate dalla Regione sono dieci e per ciascuna di essere viene fissata una serie di misure da finanziare con fondi Ue, nazionali e regionali.

Così, ad esempio, nell’area «Sistema produttivo» si trovano obblighi di efficientamento nei serramenti dei centri commerciali, di schermatura delle serre e dei vivai, di ricorso a motori di ultima generazione, inverter e illuminazione a led nelle fabbriche, magari facendo ricorso ad una fiscalità premiante sulle accise regionali. Nell’area «Patrimonio pubblico», come gli ospedali, le case Ater, le scuole o i Comuni, si invita a ricorrere ad impianti a biogas o a pompe di calore e, per i parchi auto, ad acquistare veicoli elettrici oppure a gpl.

Nell’area «Edilizia privata» si ipotizza la scrittura di un «regolamento edilizio tipo», l’individuazione di requisiti minimi obbligatori per i nuovi edifici e le ristrutturazioni importanti (schermatura dei vetri, allacciamento agli impianti di teleriscaldamento) e l’attivazione di un fondo di rotazione dedicato ai condomini. Infine, nell’area «Trasporto sostenibile» si incontrano incentivi per l’installazione di colonnine di ricarica, finanziamenti strategici per tram e filobus e per il ricambio dei vecchi bus a gasolio con i nuovi mezzi a metano, progetti di sviluppo del car-sharing e del car-pooling.

Andrea Zanoni, consigliere ambientalista del Pd, si dice comunque insoddisfatto, specie per l’eccessivo spazio dato agli impianti a biomasse: «Il Piano nasce vecchio, la Regione doveva osare di più puntando sulle nuove tecnologie invece di limitarsi a bruciare legna». Replica l’assessore all’Energia Roberto Marcato: «Il Piano poteva essere più aggiornato? Sicuramente, bastava ricominciare tutto daccapo. La mia è stata una scelta politica, occorreva un segnale: dopo tutti questi anni il Piano andava sbloccato».

Il Corriere del Veneto – 10 febbraio 2017 

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