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Occupazione, caos sui dati: solo 47 nuovi posti stabili. Il ministero: “Si tratta di dati di flusso, aggiornati in modo progressivo. Fa così anche l’Istat e nessuno obietta”

Nuovi dati e nuova confusione sul lavoro. Il ministero certifica 135 mila contratti in più a luglio (saldo tra attivazioni e cessazioni). Sebbene di questi appena 47 quelli aggiuntivi a tempo indeterminato. Meglio di giugno, quando addirittura spuntò il segno meno nel saldo (-9.768), dunque quasi 10 mila chiusure di contratti stabili in più rispetto alle nuove firme. Ma 47 è davvero un magro bottino, per un governo che punta tutto sul rilancio dell’occupazione.

La sorpresa più eclatante però deriva dall’ultima pagina delle comunicazioni obbligatorie diffuse ieri dal dicastero guidato da Giuliano Poletti. Laddove si mostra in tabella il consuntivo dei primi sette mesi. Secondo il governo, da gennaio a luglio il saldo dei contratti a tempo indeterminato ammonta a 420.325, il 112% in più dell’analogo periodo del 2014. Detto in altri termini, i contratti stabili sarebbero più che raddoppiati, grazie al Jobs Act e agli sgravi sul lavoro, in vigore da gennaio. Ebbene non è co-sì, se si riprendono le comunicazioni fatte dallo stesso ministero nei mesi passati e si sommano le cifre relative.

Quel dato, il saldo tra gennaio e luglio, in base ai nuovi calcoli risulta fermo a 115.897, quasi quattro volte meno di quanto reso noto ieri. Questo significa che i contratti a tempo indeterminato sottoscritti quest’anno fino a luglio non solo non sono raddoppiati. Ma sono crollati del 41%. E con loro si sono inabissati di un terzo anche i tempi determinati: -36%, poco sopra il milione. Rispetto al milione e 600 mila divulgato ieri dal ministero.

La differenza è sostanziale. Se fosse così, il Jobs Act starebbe drenando contratti a termine, ma non creando sufficiente lavoro stabile. E nemmeno lavoro extra in generale. Il governo, con i dati di ieri, invece racconta un’altra scena: i contratti a termine diminuiscono solo di poco (-1,5%), mentre quelli a tempo indeterminato addirittura volano: +112%, come detto.

Come mai questa distonia? Interpellato, il dicastero fa sapere che «si tratta di dati di flusso, aggiornati progressivamente». E che dunque ricalcolare, come abbiamo provato a fare noi, i dati dei primi sette mesi semplicemente sommando le cifre fornite dallo stesso ministero mese per mese è sbagliato. Perché quelle cifre vengono corrette nelle settimane e mesi successivi alla loro divulgazione tramite comunicati stampa. «Fa così anche l’Istat, ma nessuno obietta mai», si fa notare. Tra l’altro, lo stesso dato fornito ieri è suscettibile di ulteriori variazioni, «perché il mese di luglio deve essere ancora riclassificato». È il prezzo da pagare, spiega ancora il ministero, «per aver voluto diffondere gli aggiornamenti una volta al mese, anziché ogni trimestre». Decisione che a questo punto sarà rivista a settembre, in scia alla proposta del presidente dell’Istat Allevi di unificare metodi e comunicazioni.

Restando ai dati ufficializzati ieri, le trasformazioni di contratti, da determinato a indeterminato, sono cresciute del 40%. Nei primi sette mesi ci sono state 210 mila stabilizzazioni, invece delle 150 mila del 2014. Nel solo mese di luglio, 27 mila contro le 21 mila dell’anno prima (+27%). I contratti stabili creati fino a luglio sono 631 mila (420 mila nuovi contratti sommati alle 210 stabilizzazioni). Va detto che questo tipo di dati entra puntualmente in conflitto con quelli campionari dell’Istat, visto che sono amministrativi. Tengono conto cioè di chi esce ed entra dal mercato del lavoro e dunque una persona può essere conteggiata più volte. E tra l’altro escludono dal computo la pubblica amministrazione e il lavoro domestico. Il caos continua.

Repubblica – 26 agosto 2015 

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