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Studio Iss: +15% di mortalità nei siti inquinati da amianto

Nei siti (o vicino a essi) inquinati dall’amianto si registrano oltre 400 casi in più di morte per tumore alla pleura. Ma anche chi è vicino a ciminiere e raffinerie rischia: la mortalità aumenta del 15% rispetto alla media regionale, nei “Sin”, siti di interesse nazionale per le bonifiche.

Sono questi i risultati di uno studio durato cinque anni, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, che ha analizzato grandi complessi industriali come Broni, Casale Monferrato, Bari- Fibronit, Biancavilla, Porto Torres o Gela.

Lo studio si chiama “Sentieri”, cioè “Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento”, ed è «l`analisi della mortalità delle popolazioni che risiedono in prossimità di una serie di grandi centri industriali attivi o dismessi di aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali o pericolosi, che presentano un quadro di contaminazione ambientale e di rischio sanitario tale da avere determinato il riconoscimento di siti di interesse nazionale per le bonifiche».

Il progetto coordinato dall’Istituto superiore di sanità è stato realizzato in collaborazione con l’Università di Roma La Sapienza, il Centro europeo ambiente e salute Oms, il Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio e l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, nell’ambito del Programma nazionale strategico “Ambiente e Salute” promosso dal ministero della Salute. “Sentieri” è stato presentato al 35° congresso annuale dell’Associazione italiana di epidemiologia.

Lo studio ha analizzato il rischio per la salute della popolazione residente in 44 dei 57 siti compresi nel “Programma nazionale di bonifica”, che coincidono con i maggiori agglomerati industriali nazionali; siti contaminati per i quali sono state avviate, in alcuni casi concluse e, comunque previste, le bonifiche ambientali. I dati raccolti sono un primo punto fermo, che ha suscitato un grande interesse nella comunità scientifica internazionale, compresa l’Oms.

La maggior parte dei dati raccolti proviene dai progetti di bonifica ipotizzati per le aree private industriali. I siti studiati sono costituiti da uno o più Comuni e la mortalità è stata studiata per ogni sito, nel periodo 1995-2002, attraverso indicatori ad hoc. Per realizzare questo studio, infatti, è stato messo a punto un complesso sistema di analisi che tiene conto delle tante variabili che possono causare una malattia. Sono state esaminate globalmente 63 cause di morte nella popolazione residente, tenendo conto anche delle condizioni socio-economiche dei comuni esaminati.

La presenza di amianto (o di fibre asbestiformi a Biancavilla) è stata la causa esclusiva per il riconoscimento di sei siti di interesse nazionale per le bonifiche: Balangero, Emarese, Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla.

«In tutti i siti (con l`esclusione di Emarese) si sono osservati incrementi della mortalità per tumore maligno della pleura”, si legge nel’abstract dello studio dell’Iss. La mortalità per tumore maligno della pleura, tipica lesione da amianto, è in eccesso anche in sei siti con presenza di altre sorgenti di inquinamento oltre all`amianto, Pitelli, Massa Carrara, Priolo e nell`area del litorale vesuviano. In definitiva “nel periodo 1995-2002 nell`insieme dei dodici siti contaminati da amianto sono stati osservati un totale di 416 casi di tumore maligno della pleura in eccesso rispetto alle attese».

«La correlazione tra amianto e tumeore è certa però solo nel caso del mesotelioma pleurico da amianto. Per le altre malattie l’ambiente è uno dei fattori che ha concorso all’insorgenza della patologia», spiega uno degli autori dello studio, Pietro Comba, direttore del Reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità, che però aggiunge: «Lo studio ha mostrato un eccesso di mortalità complessivo di circa 1200 casi l’anno, particolarmente evidente nei siti inquinati dell’Italia Meridionale».

Si legge nello studio: «Gli incrementi di mortalità riguardano patologie con eziologia multifattoriale, e si è in presenza di siti industriali con molteplici ed eterogenee sorgenti emissive, talvolta anche adiacenti ad aree urbane a forte antropizzazione, rapportare il profilo di mortalità a fattori di rischio ambientali può risultare complesso». Ma «nei poli petrolchimici si sono osservati eccessi di morte per tumore polmonare e per malattie respiratorie non tumorali. Per questo dato l’attribuzione alla contaminazione ambientale pur non essendo certa risulta probabile», ha spiegato ancora Comba, e «sulla base della conoscenza degli specifici siti considerati sono stati inoltre individuati incrementi localizzati di mortalità per malformazioni congenite, malattie renali, malattie neurologiche e oncologiche riconducibili, sempre con criteri probabilistici, alle specifiche emissioni considerate». Mentre, «altri dati significativi riguardano l’incremento di mortalità per linfomi non Hodgkin nei siti contaminati da PCB, mentre nei siti contaminati da piombo, mercurio e solventi organoclorurati è stato osservato un aumento delle malattie neurologiche».

Per esempio «per gli incrementi di mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie non tumorali, a Gela e Porto Torres è stato suggerito un ruolo delle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici, a Taranto e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese un ruolo delle emissioni degli stabilimenti metallurgici».

Invece «negli eccessi di mortalità per malformazioni congenite e condizioni morbose perinatali è stato valutato possibile un ruolo eziologico dell`inquinamento ambientale a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres”. Ancora “per le patologie del sistema urinario, in particolare per le insufficienze renali, un ruolo causale di metalli pesanti, IPA e composti alogenati è stato ipotizzato a Massa Carrara, Piombino, Orbetello, nel Basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese».

Mentre «incrementi di malattie neurologiche per i quali è stato sospettato un ruolo eziologico di piombo, mercurio e solventi organoalogenati sono stati osservati rispettivamente a Trento Nord, Grado e Marano e nel Basso bacino del fiume Chienti».

Infine «l`incremento dei linfomi non-Hodgkin a Brescia è stato messo in relazione con la contaminazione diffusa da PCB».

In tutti i siti inquinati esaminati «la mortalità per cause di morte con evidenza a priori sufficiente o limitata per le esposizioni ambientali presenti supera l’atteso»: con 439 morti in più all’anno, in totale (1995-2002) 3508 decessi in più, di cui 1321 per malattie respiratorie, 898 per cancro ai polmoni, 588 per tumore maligno alla pleura. Anche se si considerano tutte le cause di morte, si riscontra una “sovramortalità”, in eccesso, rispetto all’atteso di 9969 casi, 4309 per tutte le neoplasie, 1887 per malattie, circolatorie, 600 per malattie del sistema respiratorio. Una media di oltre 1200 morti all’anno in più. La maggior parte nei siti al Sud e Centro Italia.

«Lo stato di salute delle popolazioni residenti nei siti esaminati appare risentire di effetti avversi più marcati rispetto alle regioni di appartenenza», ha sottolineato Enrico Garaci, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Che ha aggiunto: «Deve essere tuttavia sottolineato il fatto che le cause di morte studiate, con rare eccezioni, riconoscono una molteplicità di fattori causali, peraltro non tutti noti. La mortalità osservata nei siti contaminati è risultata del 15% più elevata di quella media regionale per le cause di morte correlate al rischio ambientale, ma sarebbe fuorviante e scientificamente poco valido affermare che ogni incremento della mortalità osservato possa essere attribuito all’inquinamento in uno specifico sito. Per questa ragione, in molti casi, gli elementi emersi dallo studio hanno condotto i ricercatori a formulare raccomandazioni per ulteriori studi di approfondimento».

«Il nostro studio è risultato così innovativo, e così scientificamente rilevante che, anche a livello internazionale, l’Oms ha ritenuto di adottare l’approccio metodologico da noi scelto per applicarlo a livello europe», ha speigato Loredana Musmeci, direttore del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria, rilevando che «è la prima volta, infatti, che riusciamo ad avere una conoscenza sistematica a livello nazionale della mortalità connessa alle esposizioni ambientali nei siti inquinati italiani».

Sanita.ilsole24ore.com – 9 novembre 2011

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