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Pensioni, conti ok solo se si attuano le riforme. La spesa: nel 2030 centrato il tetto del 15% del Pil. Resta il nodo della flessibilità in uscita

La sostenibilità dei conti pubblici dell’Italia è legata a doppio filo alla «piena attuazione» delle riforme del sistema pensionistico adottate in passato. La sottolineatura che arriva da Bruxelles nel “Rapporto sulla sostenibilità fiscale 2015” diffuso ieri non è una novità.

Da tempo la Commissione, riconoscendo la sostanziale tenuta nel medio periodo dei nostri saldi di finanza pubblica, spiega anche che questa è garantita da almeno tre elementi: la riforma delle pensioni, appunto, l’avanzo primario – che è indicato nei documenti programmatici del Governo in media al 3% nel periodo 2015-2019 – la crescita del Pil (che agendo sul denominatore contribuisce a rendere meno pesante lo stock del debito).

L’anno scorso, ventesimo anniversario della riforma Dini, che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo, la spesa per pensioni dovrebbe essersi fermata a 258,9 miliardi, secondo le stime contenute nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef). Quell’aggregato, il più importante della nostra spesa corrente al netto degli interessi sul debito, è destinato ad arrivare a 261,9 miliardi quest’anno per poi svettare a 282,440 miliardi nel 2019. Una salita di oltre 20 miliardi in termini reali nel triennio a venire e a legislazione invariata.

Bisogna tenere a mente questo quadro per comprendere l’attenzione con cui Bruxelles guarda all’attuazione delle nostre riforme previdenziali. A partire dal 2015, secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, in presenza di una ripresa del prodotto interno e del graduale innalzamento dei requisiti d’accesso alla pensione, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil comincia a decrescere/stabilizzarsi verso il 15%, uno dei livelli più alti in Europa, obiettivo che dovrebbe essere centrato attorno al 2030. In termini cumulativi la minore incidenza della spesa in rapporto al Pil garantita dall’insieme di riforme avviate nel 2004 e concluse nel 2011 (Governo Monti) vale circa 60 punti di Pil fino al 2050. Il risparmio è determinato per due terzi dalle riforme più indietro nel tempo e per un terzo dalla riforma Fornero (241/2011), che assicura un contenimento della spesa di 80 miliardi entro il 2020, cui vanno però sottratti gli oltre 12 miliardi impegnati per le diverse salvaguardie degli esodati.

Cambiare, anche di poco, le regole attuali, per esempio per introdurre una maggiore flessibilità com’è auspicato da tutti i partiti, determina un incremento della spesa. Un incremento che potrebbe anche essere bilanciato nel medio-lungo periodo ma che determina una maggiore cassa da finanziare nell’immediato. Il tema è sempre al centro del confronto e il Governo, in vista della chiusura della legge di Stabilità 2016, ha rinviato a quest’anno l’adozione di misure per una maggiore flessibilità in uscita, anche se poi l’idea di «collegato» alla manovra s’è persa per strada. Le proposte sono numerose: si parte da quella messa a punto dalla Commissione Lavoro della Camera che prevede un anticipo con penalizzazione sull’assegno entro un tetto massimo dell’8% e si arriva alla proposta Boeri, che prevede tra l’altro una pensione anticipata con correzione attuariale sull’assegno a 63 anni e 7 mesi di età, 20 anni di contributi e avendo maturato un importo minimo di 1.500 euro. Si tratta di capire come il Governo vorrà metter mano al dossier tenendo conto dei vincoli dati, che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha sempre detto di voler rispettare.

Davide Colombo – Il Sole 24 Ore – 26 gennaio 2016 

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