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Pensioni, dalle donne ai lavori gravosi: i correttivi possibili. Le promesse di abolizione della legge Fornero alla prova dei fatti

Uscita con 41 anni, uno sconto sulle “anticipate”. Lavoratrici: contributivo e figli, le vie per uscire prima. Un paracadute più largo per quelli faticosi

L’abolizione della legge Fornero era nei programmi elettorali dei due vincitori politici delle elezioni del 4 marzo scorso, ovvero il Movimento 5 Stelle e la Lega. Anzi, qualcuno potrebbe pensare che sia proprio il tema previdenza uno dei collanti programmatici per un eventuale governo gestito in tandem dalle due forze politiche. Eppure proprio da Beppe Grillo è arrivato un apparente contrordine «Un anziano – ha fatto notare il fondatore del M5S in un’intervista – ha un costo annuo superiore allo stipendio di suo figlio, dobbiamo pensare a questo». Che sia iniziata la fase del realismo? La valutazione di Grillo potrebbe anche non avere un significato specifico, ed è formulata in termini non strettamente tecnici. Ma qualunque sia l’esito delle consultazioni del presidente della Repubblica Mattarella, è verosimile che il prossimo esecutivo si trovi ad optare per una strategia prudente sul tema, almeno all’inizio. In questo caso potrebbero essere prese in considerazione soluzioni che in parte attingono a idee emerse prima del voto, in parte si pongono in continuità con gli aggiustamenti voluti dal governo Gentiloni. Un elemento importante è anche la pressione internazionale, della Ue e non solo, su un tema particolarmente sensibile. L’Fmi ha appena ribadito in un proprio documento di lavoro che la spesa pensionistica italiana, al 16% del Pil, resta alta e inferiore solo a quella della Grecia all’interno dell’area dell’euro.

Contributi Uscita con 41 anni, uno sconto sulle “anticipate”

Già in campagna elettorale la Lega ha affiancato ai proclami sull’abolizione totale della legge Fornero alcune proposte per un assetto alternativo, che non implicano un ritorno alla situazione precedente al 2012. Si tratta della possibilità di permettere l’uscita dal lavoro a coloro che hanno maturato 41 anni di contributi: di fatto rispetto agli attuali requisiti per la pensione anticipata si tratterebbe di uno “sconto” di 1 anno e 10 mesi per gli uomini e di 10 mesi per le donne, anche se poi la normativa prevede che i requisiti diventino più stringenti con il processo di adeguamento all’aumento dell’aspettativa di vita. La Lega ha proposto anche l’uscita con “quota 100” intesa come somma tra età e contributi: ad esempio 60 anni di età e 40 di contributi.

Lavoratrici. Contributivo e figli, le vie per uscire prima

Molte delle soluzioni su cui si ragiona in vista di un aggiustamento delle regole pensionistiche si concentrano sulla situazione delle lavoratrici. Già con l’ultima legge di Bilancio erano stati applicati correttivi al meccanismo dell’Ape sociale (l’uscita anticipata per particolari categorie di lavoratori) che tengono conto – nel caso delle donne – degli eventuali figli. Un principio inserito anche nei pensionamenti “contributivi” della legge Dini del 1995, che tuttavia di fatto deve ancora entrare in vigore. Un’altra possibilità è prorogare, magari con modifiche, il regime sperimentale dell’”opzione donna”, che ha permesso fino allo scorso anno alle lavoratrici di andare in pensione anche a 57-58 anni macon un trattamento calcolato con il meno favorevole sistema contributivo.

Un paracadute più largo per quelli faticosi

Il concetto di “gravosità” dei lavori è stato lo spiraglio che ha permesso di ammorbidire i percorsi di uscita senza intervenire in via diretta sulle regole della legge Fornero. Ciò è avvenuto attraverso l’Ape sociale, l’indennità provvisoria (in attesa della pensione) riservata a particolari categorie, tra cui appunto i lavoratori impegnati in attività gravose, ed anche attraverso la sospensione per queste stesse mansioni dell’aumento dei cinque mesi dei requisiti pensionistici (in base all’aspettativa di vita) che avrebbe portato a 67 anni nel 2019 l’età per la pensione di vecchiaia. Su questa via sono possibili ulteriori passi, anche tenendo conto del lavoro della commissione di studio che dovrà valutare l’impatto sulla salute (e dunque sulla speranza di vita) dei singoli mestieri.

Il Messaggero – 20 marzo 2018

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