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Pensioni, il governo riapre il cantiere della flessibilità: limite a 62-63 anni e assegni ridotti fino all’11%

Inps-pensioni-640x383Il governo riapre il cantiere delle pensioni. Ma i lavori rischiano di rimanere ancora bloccati sullo scoglio che li aveva fermati qualche mese fa, durante le discussioni della manovra di bilancio: i soldi. Ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, l’uomo a cui Matteo Renzi ha affidato la cabina di regia della politica economica del governo, ha annunciato l’intenzione politica di affrontare il tema della flessibilità in uscita nella prossima legge di Stabilità. Aggiungendo, però, un inciso importante: «se il quadro di finanza pubblica lo consentirà». Nannicini, in realtà, è stato anche più esplicito. Un intervento per anticipare il pensionamento (l’età da quest’anno sale a 66 anni e 7 mesi), costerebbe tra i 5 e i 7 miliardi di euro l’anno. Risorse non facili da trovare, anche considerando che la prossima manovra dovrà anche disinnescare 15 miliardi di aumenti automatici di Iva e accise, e altri 7-8 miliardi per riportare in linea il deficit strutturale nel caso in cui l’Unione europea non concedesse altri margini di flessibilità sul deficit.

Al netto della questione risorse, Nannicini ha anche ribadito che tutte le ipotesi di intervento sulle età di pensionamento prevedono «delle penalizzazioni» degli assegni. Chi vorrà ritirarsi anticipatamente dal lavoro, ha sottolineato, si dovrà necessariamente accontentare di un assegno ridotto.

LE SOLUZIONI

Tecnicamente le soluzioni comunque non mancano. Sul tavolo del governo ce ne sono diverse e da diverso tempo. C’è per esempio la proposta di legge messa a punto dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, ribattezzata «non per cassa ma per equità». Prevede un abbassamento di tre anni dell’età di pensionamento, dunque a 63 anni e 7 mesi, purché l’assegno maturato sia pari ad almeno 1.500 euro al mese. Chi decide di uscire prima dal mondo del lavoro, però, dovrà accontentarsi di una pensione ridotta in media, secondo i calcoli di Boeri, del 10-11%, con una penalizzazione sulla quota retributiva dell’assegno. La proposta prevede anche il congelamento a 43 anni dell’età contributiva massima per andare in pensione, slegandola dall’aspettativa di vita. Il costo iniziale della flessibilità, come declinata da Boeri, sarebbe di circa 3 miliardi.

Altra strada, anche questa da tempo all’esame del governo, è quella indicata in un progetto di legge firmato da Cesare Damiano e dall’attuale sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Prevede la possibilità di anticipare la pensione fino a 62 anni accettando un taglio dell’assegno del 2% per ogni anno di anticipo. Lasciare il lavoro a 62 anni, dunque, comporterebbe una penalizzazione dell’8%. Altra variante, pure esaminate nei mesi scorsi, sono il prestito pensionistico, per cui l’azienda paga una pensione anticipata al lavoratore sotto forma di prestito, che poi quest’ultimo restituisce a rate sul suo futuro assegno Inps. In realtà, oltre alle pensioni, ieri Nannicini, che ha smentito qualsiasi intervento sulle reversibilità, ha annunciato un’altra importante novità. La strada che il governo ha in mente per un atterraggio morbido dalla decontribuzione per i neo assunti che ha affiancato il jobs act. Già con l’ultima legge di Stabilità è stato introdotto un decalage che riduce lo sgravio fino ad azzerarlo il prossimo anno. Una volta terminata la misura, ha spiegato Nannicini, potrebbe essere sostituita con un’altra, un taglio dei contributi per tutti i lavoratori. Una sforbiciata del cuneo fiscale che, secondo alcuni, potrebbe arrivare fino a 6 punti. Il problema è che meno contributi, se da un lato significano stipendi più alti o costo del lavoro più basso, dall’altro significano anche pensioni ridotte. Come ovviare a questo problema? I contributi mancanti verrebbero in parte sostituiti, ha spiegato Nannicini, con versamenti figurativi da parte dello Stato (una fiscalizzazione), e dall’altro una parte della decontribuzione andrebbe a finanziare la previdenza complementare, fornendo i futuri pensionati di un assegno integrativo.

PENSIONI, FLESSIBILITÀ NELLA PROSSIMA MANOVRA. NODO DA SCIOGLIERE IL COSTO DELL’OPERAZIONE

Si giocherà con la prossima legge di stabilità la partita sulle uscite flessibili, con penalizzazioni, verso il pensionamento. A confermare che il tema, dopo il rinvio deciso da Palazzo Chigi prima del varo dell’ultima manovra, è ancora sul tavolo del Governo anche se non sarà affrontato in tempi brevi è il sottosegretario alla Presidenza, Tommaso Nannicini. Che però fa capire che un intervento non è scontato anche perché è tutto da sciogliere il nodo dei costi dell’operazione. La “flessibilità” per le pensioni costerebbe «5-7miliardi annui per diversi anni». Di qui la necessità di ricorrere a inevitabili «penalizzazioni» e, soprattutto, di verificare la compatibilità dell’intervento con i conti dello Stato. Nannicini comunque assicura che «cercheremo di affrontare» questo tema «nella prossima legge di stabilità». Che potrebbe prevedere anche la proroga per altri 12 mesi della decontribuzione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato.

«È un’ipotesi», dice Nannicini sottolineando, in occasione di un convegno Istat, che questa misura «è stata pensata come temporanea» e che con l’ultima “stabilità” «la durata dello sgravio è stata limitata a 24 mesi dai 36 del 2015». L’eventuale proroga avverrebbe sempre all’insegna del decalage con un sgravio contributivo ancora più leggero.

La «sfida» per il sottosegretario alla Presidenza è «il «taglio strutturale del cuneo contributivo per tutti i lavoratori a tempo indeterminato». Ma Nannicini aggiunge che «per ora non c’è una proposta politica o uno studio approfondito». La questione sarà affrontata tra due anni dopo l’esaurimento della decontribuzione sui neo-assunti. Anche se Nannicini una possibile strada, seppure indirettamente, la indica: con un sistema previdenziale di tipo contributivo per evitare un ridimensionamento dell’assegno pensionistico occorrerebbe «fiscalizzare una parte del taglio e una parte, senza oneri per i lavoratori, spostarla sul secondo pilastro previdenziale dove i rendimenti sono maggiori».

Tornando alle pensioni, Nannicini ripete che sulle reversibilità «non c’è mai stato nulla, è la tipica tempesta in un bicchier d’acqua». E lo stesso Matteo Renzi rimarca che è stata scritta «una balla». Quanto alla flessibilità, le ipotesi in campo restano quelle del prestito previdenziale e dell’estensione dell’opzione donna in maniera rivista. I sindacati chiedono un intervento immediato mentre Cesare Damiano (Pd) accoglie con favore l’annuncio di Nannicini.

Il Messaggero e Il Sole 24 Ore – 25 febbraio 2016 

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