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    Previdenza

    Pensioni, assistenza pesa 157 mld. Anticipate 48 mld

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati17 Gennaio 2024Aggiornato:17 Gennaio 2024Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Il Sole 24 Ore. Itinerari previdenziali. Per le prestazioni non pensionistiche aumento del 126% dal 2012. In dieci anni 946mila pensionamenti prima della vecchiaia
    Marco Rogari. Costi del Welfare a quota 559,5 miliardi, in aumento del 6,2% in soli 12 mesi. Che assorbono il 51,65% dell’intera spesa pubblica. E che risentono del boom delle uscite per l’assistenza, arrivate, attingendo alla fiscalità generale, a 157 miliardi, con una crescita del 126% in dieci anni. Ma anche un sistema previdenziale – con un rapporto arrivi-pensionati a 1,4443, quindi lontano da quella che è considerata la soglia di sicurezza (1,5) – ancora fortemente condizionato da una sorta di giungla di vie d’uscita anticipata. Che, al netto del canale con 42 anni e 10 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne), tra il 2012 e il 2022 hanno consentito ben 946mila pensionamenti prima del limite di vecchiaia, a partire dalla “Quote” fino a Opzione donna e all’isopensione, costati 48,3 miliardi. Con l’ulteriore conseguenza di far scendere l’età media effettiva alla decorrenza per la pensione anticipata a 61,6 anni per gli uomini e a 61,2 per le donne contro, rispettivamente, i 62,5 e i 62,4 anni del 2019. È una fotografia con molte aree a rischio, tante incognite, ma anche qualche punto fermo, quella dell’ultimo rapporto sul bilancio del sistema previdenziale, elaborato dal Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali”, sotto la guida dell’ex sottosegretario al Lavoro, Alberto Brambilla, che è stato presentato alla Camera.

    Un report in cui si richiama nuovamente l’attenzione sulla necessità di separare previdenza e assistenza, contenendo maggiormente quest’ultimo capitolo di spesa, ma nel quale si auspica anche, come ha sottolineato Brambilla, che sulle pensioni, «dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi, le forze politiche possano trovare un “patto di non belligeranza” a favore di una revisione del sistema equa, duratura e che tenga conto di un’aspettativa di vita sempre più elevata». E dallo stesso Brambilla arriva anche una ricetta per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico pure nel medio-lungo periodo: vanno anzitutto «limitate le numerose forme di anticipazione a pochi ma efficaci strumenti, come fondi esubero, isopensione e contratti di solidarietà, riportando però l’anticipo a un massimo di 5 anni», ha detto il presidente di “Itinerari previdenziali”. Ma va anche «bloccata l’anzianità contributiva agli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne, con riduzioni per donne madri e precoci, così come previsto dalla riforma Dini» e va prevista l’introduzione di un «superbonus per quanti scelgono di restare al lavoro fino ai 71 anni di età». Sempre a parere di Brambilla, andrebbero poi «equiparate le (poco eque) regole di pensionamento dei cosiddetti contributivi puri a quelle degli altri lavoratori».

    A ribadire che «il progressivo crollo delle nascite è un problema sempre più grave per le inevitabili conseguenze sul piano sociale ed economico», è stato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, aggiungendo: una questione che «merita un’ampia riflessione per approfondirne le ragioni e individuare i possibili rimedi». E anche Gabriele Fava, indicato dal governo per la presidenza dell’Inps, in audizione alla commissione Lavoro del Senato ha detto che «bisognerà lavorare per trovare le soluzioni migliori per rendere il sistema sostenibile».

    Ma per il momento il sistema previdenziale non scricchiolerebbe troppo, grazie alla crescita del numero degli occupati, che nel 2022 hanno sfiorato i 23,3 milioni (oltre 400mila in più dell’anno precedente). Una crescita che si è rivelata più sostenuta di quella dei pensionati, saliti a quota 16,13 milioni. Di questi ultimi però, secondo il monitoraggio di “Itinerari previdenziali”, una fetta pari a 6,55 milioni (il 40,61% dell’intero bacino), è rappresentata da soggetti parzialmente o totalmente assistiti. E nel rapporto si fa notare che per pagare sanità, assistenza e welfare degli enti locali non bastano le imposte dirette ma bisogna ricorrere a una parte di quelle indirette. Nel 2022, dopo il crollo dovuto all’emergenza-Covid, sono comunque tornate a crescere le entrate contributive, lievitate grazie alla maggiore occupazione dell’8% rispetto al 2021 (in tutto 224,94 miliardi).

    Numeri che, come è emerso nella conferenza stampa di presentazione del rapporto, alla quale hanno partecipato il presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto, la vicepresidente, Tiziana Nisini, e Alessandro Cattaneo (Fi), indicano come obbligata la strada della separazione dell’assistenza dalla previdenza. Proprio tenendo conto di questa separazione, nel 2022 – si afferma nel report del centro studi – la spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) è stata di 247,58 miliardi, con un peso sul Pil del 12,97%, in riduzione rispetto al 13,42% dell’anno precedente. E al netto degli oneri assistenziali per maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo e Gias dei dipendenti pubblici, che in totale hanno raggiunto i 23,79 miliardi, l’incidenza sul Pil scenderebbe all’11,72%, «dato più che in linea con la media Eurostat».

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