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Pensioni più contenute per la riduzione del Pil. Le conseguenze del coefficiente di rivalutazione negativo. Il sistema soffre per il calo dei contributi

Il Sole 24 Ore Poteva essere previsto. Ed anzi, in un articolo del 24 giugno 2020, lo avevamo già evidenziato come il rischio con il potenziale maggiore impatto sul sistema pensionistico dopo la pandemia. Ora però è arrivata la conferma. L’Istat ha infatti certificato che la rivalutazione riferita al 2021 dei montanti contributivi maturati presso l’Inps dovrebbe essere negativa, perché tale è risultata la media degli ultimi cinque anni del Pil (si veda il Sole 24 Ore di ieri).

La riduzione non sarà direttamente applicata alle prestazioni accumulate, in quanto scatta un meccanismo che porta a zero la rivalutazione negativa, ma in occasione del primo coefficiente positivo, quest’ultimo sarà ridotto dello 0,0215% previsto per quest’anno. In assenza di modifiche alla normativa attuale, quindi, la copertura offerta dall’Inps sconterà la decisa frenata del Pil avvenuta nel 2020. L’impatto finale dipenderà ovviamente dall’entità della ripresa che avverrà in questo e nei prossimi anni. E c’è da augurarsi che sia veramente sostenuta.

Due sono infatti i campanelli di allarme che lancia questo coefficiente negativo. Il primo, appunto, sulla prestazione finale che l’Inps sarà in grado di garantire. Le proiezioni delle pensioni sono in genere elaborate utilizzando un tasso annuo di incremento medio del Pil pari all’1,5%, ben lontano dai valori ottenuti nel corso degli ultimi anni. Con tassi più contenuti, le prestazioni al pensionamento risulteranno ovviamente anch’esse più contenute e potranno non essere in linea con le esigenze dei lavoratori.

Il secondo campanello risulta essere ancora più determinante ed è relativo alla sostenibilità del sistema. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il finanziamento attualmente utilizzato è quello della ripartizione e il metodo contributivo non garantisce affatto l’equilibrio finanziario futuro. Le prestazioni in corso di erogazione sono corrisposte attraverso i contributi versati dai lavoratori in attività di servizio. Il metodo contributivo, con la rivalutazione dei montanti in linea con l’andamento del Pil, ha cercato di collegare, anche se non in maniera diretta, l’entità delle prestazioni alla presumibile evoluzione dei contributi versati.

Quando il coefficiente di rivalutazione diventa negativo, indice appunto di una decrescita, ci si aspetta anche che si riducano il flusso contributivo e la possibilità di erogare prestazioni più elevate. Cosa che puntualmente si è verificata nel 2020. Le entrate contributive dell’Inps sulla base dei dati contenuti nel XX rapporto annuale si sono infatti ridotte dai circa 236 miliardi di euro per il 2019 ai circa 225 del 2020. Lo stock di prestazioni è però aumentato di circa il 2,5 per cento. La spesa pubblica per pensioni ha quindi raggiunto un livello tra il 16 e il 17% del Pil, ben superiore alla media dei Paesi dell’Unione europea e i trasferimenti pubblici all’Inps, in un contesto del genere, si sono incrementati di circa 30 miliardi di euro.

Due sono quindi i punti da tenere a mente da questi nuovi dati. Urge uno sviluppo della previdenza complementare per poter rendere il nostro sistema definitivamente sostenibile. La possibilità di offrire dal prossimo anno varie forme di pensionamento anticipato come superamento di Quota 100 dovrebbe essere attentamente valutata.

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