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Pensioni, pronta la riforma. «Contributivo» per tutti

Prevista una «fascia di flessibilità» tra 63 e 70 anni. Patrimoniale ancora da definire. E resta nei piani anche il ritorno alla tassa sulla prima casa

ROMA — «Pagherà di più chi finora ha dato meno». E le misure contenenti i sacrifici per rimanere nell’euro saranno all’interno di un «pacchetto organico», un unico provvedimento dentro al quale albergheranno sia il bastone che la carota. Così sarà più facile farle approvare. Lo ha ammesso il presidente del Consiglio Mario Monti durante la conferenza stampa dopo il discorso alla Camera. Le misure potrebbero arrivare già entro tre giorni in occasione del primo Consiglio dei ministri di lunedì.

Con insistenza si parla del decollo della riforma delle pensioni, secondo il modello da tempo sostenuto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero: contributivo pro rata per tutti (cioè d’ora in poi), sostanziale abolizione delle pensioni di anzianità con aumento dell’età minima a 62-63 anni, fascia di flessibilità fino a 69-70 anni con disincentivi sotto i 65 anni e, oltre questa soglia, bonus automatici e progressivi per invogliare i lavoratori a rimanere. Potrebbe scattare anche un contributo di solidarietà per le pensioni alte oltre i centomila euro netti all’anno. Per escludere da questa nuova griglia i lavoratori con 40 anni di anzianità, c’è una precisa richiesta della Cgil e del Pd.

Sicuramente verrà anche uniformata verso una aliquota unica del 33% la giungla dei contributi (quella dei parlamentari, per esempio, è dell’8,6%). Monti ieri non ha specificato se saranno decreti o disegni di legge ma di sicuro sin da lunedì si entrerà nel vivo dei sacrifici e degli stimoli da varare, finora semplicemente delineati secondo principi generali nei discorsi che il premier ha fatto alla Camera e al Senato. «Si inizierà a parlare anche dei provvedimenti e non solo dei criteri, poi si entrerà nel dettaglio — ha precisato il ministro Fornero — e su questo bisognerà metterci la faccia, sperando che non ce la massacriate». Una frase significativa che anticipa più di altre indiscrezioni che i sacrifici chiesti dal governo saranno pesanti. Lo schema di intervento resta più o meno lo stesso: oltre alle pensioni la reintroduzione della tassa sulla prima casa con aliquote progressive a seconda del numero di appartamenti posseduti, lo spostamento della tassazione da lavoro a imprese verso consumi e proprietà, la riforma degli ammortizzatori sociali per avviare l’introduzione di un nuovo contratto unico, una revisione degli ordini professionali, e una riforma delle authority per aumentare la concorrenza.

Dentro questo perimetro di intervento c’è l’aumento di uno o due punti dell’Iva sui consumi (ogni punto percentuale vale 4,2 miliardi di euro), una patrimoniale sulle ricchezze il cui peso è ancora tutto da definire. Così come il ritorno dell’Ici che comunque si chiamerà Imu (imposta municipale unica) in ossequio agli ultimi decreti sul federalismo fiscale. Se l’aliquota di imposta corrisponderà alla vecchia, cioè il 3 per mille, il totale varrà 3,5 miliardi di euro. Se invece sarà del 6,6 per mille come era stato indicato nella bozza dell’ultimo decreto scritto in ottobre (che comprendeva anche le tasse sui rifiuti e altri balzelli comunali) l’aliquota sale al 6,6 per mille con un incasso di circa 8 miliardi di euro. Sempre che non vengano rivisti gli estimi catastali fermi da una quindicina d’anni. In questo caso la cifra sarebbe molto superiore. La Cgia degli artigiani di Mestre, con la consueta solerzia, ha calcolato quanto potrebbero pesare sulle famiglie italiane i primi interventi su Ici e Iva (secondo le diverse ipotesi) stemperati da una riduzione Irpef di un punto percentuale nei primi due scaglioni di reddito (valore 4,2 miliardi di euro, intervento possibile secondo alcune indiscrezioni): si va da un aggravio minimo medio di 97 euro a un massimo di 483 all’anno.

CORRIERE.IT – Roberto Bagnoli – 19 novembre 2011

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