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Per gli statali d’Europa il conto extra della crisi

I tagli introdotti in Italia non servono neppure a migliorare l’efficienza, ma colpiscono tutti indiscriminatamente al di là della produttività

Non teme per il posto di lavoro. Questo no. La certezza di essere seduto su una sedia ben piantata per terra non vacilla. Ma Sandro – quasi cinquantenne, di cui più di 20 passati nell’amministrazione finanziaria (ora è in forza all’Agenzia delle entrate) e che chiede di essere citato solo per nome – più di un pensierino ai tagli che stanno per arrivare l’ha fatto.

«Ci chiedono di lavorare di più. L’asticella degli obiettivi da raggiungere, ai quali sono legati i premi di produttività, si alza di anno in anno. Allo stesso tempo – sottolinea – gli incentivi diminuiscono. È un segnale che abbiamo già colto e che diventerà ancora più marcato nel prossimo futuro, quando dovremo fare anche i conti con il blocco per tre anni della contrattazione. Giro di vite che, di fatto, si tradurrà in un taglio dello stipendio, perché per il prossimo triennio dovrò fare affidamento sugli attuali 1.700 euro al mese, mentre il costo della vita continuerà a correre».

Il background lavorativo più che ventennale permette a Sandro di essere relativamente preoccupato. In fondo la pensione, anche se non proprio a portata di mano, è più qua che là e – come ci dice – a meno di sconvolgimenti di grande portata, la pubblica amministrazione non potrà cambiare radicalmente pelle nel giro di un decennio. Ma è lui stesso a segnalarci il disagio dei più giovani, quelli appena entrati negli uffici pubblici. E ancor di più, quelli che nella grande balena statale ci hanno messo solo un piede: i precari che rischiano seriamente di non veder rinnovati i loro Cfl, contratti di formazione e lavoro.

Non basta certo questo per dire che la pubblica amministrazione non è più quella di una volta. Che la sicurezza con la “S” maiuscola che significava posti inamovibili, carriere automatiche, incentivi a pioggia, sia sul viale del tramonto. Certo, però, che i tagli indotti dalla crisi fanno riflettere. Tanto più che l’Italia non è un caso isolato.

Tutti i principali paesi europei (e non solo) hanno cercato risparmi nelle pieghe delle retribuzioni dei travet pubblici o nei meccanismi di avvicendamento fra vecchie e nuove generazioni. La più travolgente è stata la manovra greca, anche per la drammaticità dei conti statali. Il governo ellenico ha deciso la riduzione del 30% di tredicesime e quattordicesime dei dipendenti pubblici, ha tagliato del 12% parte delle indennità, ha abbassato del 7% gli stipendi degli addetti delle società pubbliche. Un duro colpo per i 370mila statali.

Seppure in modo più soft, anche Portogallo, Spagna, Irlanda e Germania hanno azionato la leva della riduzione delle retribuzioni: sforbiciata del 6% a Lisbona, del 5% a Madrid e Dublino, del 2,5% a Berlino.

L’obiettivo di risparmio non ha, però, toccato solo le buste paga, ma punta a far diventare strutturali le minori spese attraverso la riduzione dell’esercito dei dipendenti pubblici. Il traguardo più impegnativo è quello che si è posto il premier conservatore britannico, David Cameron, che entro il 2015 vuole fare a meno di 490mila statali. Oltre la Manica a lavorare nel pubblico sono sei milioni di persone, per cui tra cinque anni il sistema inglese dovrà rinunciare all’8% di addetti.

In proporzione, però, il taglio nostrano si presenta ancora più incisivo. L’azione congiunta del blocco del turn-over e di quello dei contratti di lavoro flessibile, nonché dei pensionamenti, ha fatto dire giovedì scorso al ministro Renato Brunetta (con conseguente soddisfazione del responsabile dell’Economia Giulio Tremonti) che a fine 2013 rimarranno a casa 300mila statali. Una riduzione dell’8,4%, considerando che da noi nel settore pubblico lavorano 3,5 milioni di persone.

«Il modello seguito dai principali paesi europei è quello anglosassone del New public management, ovvero della riduzione del peso dello Stato che si accompagna al desiderio di ridurre i disservizi, razionalizzando la pubblica amministrazione. Un tema che ha fatto breccia anche in Paesi come la Svezia, dove è diventato uno degli argomenti chiave dell’ultima campagna elettorale». A inquadrare il percorso seguito da molti governi della Ue è Luca Solari, docente di organizzazione aziendale all’università Statale di Milano. «La strada che porterà alla fine dell’idea del posto fisso è partita prima della crisi economica e finirà dopo – spiega -. Si tratta di un trend ormai generalizzato. L’impiego pubblico a tempo inderminato è destinato a scomparire, così come tutto il sistema di garanzie di cui godono i dipendenti dello Stato. La pubblica amministrazione, in prospettiva, dovrà funzionare secondo criteri più vicini a un’impresa privata».

Ma questo cambiamento, osserva Solari, dovrà essere accompagnato da un radicale cambio di gestione: con nuovi criteri di selezione, la possibilità di fare carriera e investimenti in formazione. La Pa, in altre parole, «dovrà diventare attraente anche per un giovane che esce a pieni voti dall’università. Adesso non lo è».

Insomma, la pubblica amministrazione non è più la patria del posto sicuro. O almeno, sembrerebbe non esserlo. C’è da capire se gli interventi sugli statali possono essere letti – al di là delle esigenze contingenti imposte dalla crisi e dalla necessità di raddrizzamento dei conti pubblici – come un segnale ormai irreversibile di un sistema pubblico dal volto nuovo. Fatto di garanzie più anemiche, di stipendi ancorati alla produttività – novità annunciata più volte e poi diluita nella più facile e politicamente meno rischiosa assegnazione di progressioni di carriera automatiche –, di indennità meno ricche.

Uno scenario ben diverso da quello che affligge Sandro, la cui maggiore preoccupazione – oltre alla retribuzione a crescita zero per i prossimi tre anni – è che chiudano l’ufficio dove ora lavora e lui venga spostato, a piacere dell’amministrazione, da un’altra parte.

Per Michele Gentile, coordinatore del dipartimento settori pubblici della Cgil, una risposta c’è: tagli agli stipendi e snellimento delle «protezioni» per gli apparati pubblici in Europa sono in gran parte legati alla crisi. «Il fatto che così tanti Paesi stiano intervenendo con forti tagli – afferma – è dovuto all’impatto della recessione. E i risparmi colpiscono soprattutto i settori più delicati, come istruzione e sanità. L’unico Paese dove questa strategia si può dire vada avanti da oltre un ventennio è il Regno Unito. Il confronto fra l’Italia e gli altri partner europei, invece, non regge: da noi, se facciamo confronti uniformi, le retribuzioni sono più basse ed è inferiore anche l’occupazione, almeno rispetto a Francia, Germania ed Inghilterra». Secondo il sindacalista, insomma, in Italia la Pa è già all’osso e l’immagine di «isola felice» per i dipendenti pubblici «è già tramontata da un bel po’».

Uno scenario in parte già attuale. Da noi, infatti, la riforma Brunetta lega retribuzioni ed efficienza, punta sulla valutazione del lavoro svolto, chiede al cittadino di dare il voto ai servizi ricevuti. Il problema sarà, semmai, come ha affermato Carlo dell’Aringa, trovare il modo per premiare i meritevoli quando non ci sono le risorse e gli stipendi sono bloccati (si veda Il Sole 24 Ore di lunedì 11 ottobre).

È il corto circuito individuato anche da Daniele Checchi, professore di economia del lavoro all’università Statale di Milano. «Il cosiddetto posto fisso è frutto di un compromesso – afferma – che fa corrispondere alla sicurezza dell’occupazione un livello più basso degli stipendi. Se si tagliano le garanzie e si riduce il personale allora bisognerà aumentare le retribuzioni di almeno il 30-40%». I tagli introdotti in Italia, aggiunge infine il docente, non sono, però, funzionali al miglioramento dell’efficienza della macchina statale. Soprattutto perché «sono lineari e quindi colpiscono tutti indiscriminatamente al di là della produttività».

fonte: Ilsole24ore.com

1 novembre 2010

 

 

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