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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Rassegna Stampa»Peste suina, aumenta l’allerta tra le regioni. Nuovi comuni in zona di restrizione
    Rassegna Stampa

    Peste suina, aumenta l’allerta tra le regioni. Nuovi comuni in zona di restrizione

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati28 Febbraio 2024Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Il rischio di contrarre Peste suina africana continua a preoccupare gli allevatori di tutta Italia, soprattutto in regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna, a forte vocazione per la suinicoltura. Il virus, infatti, si sta sempre più diffondendo sul territorio nazionale, causando agli allevatori anche danni indiretti legati alle misure di restrizione attivate per contrastarne la diffusione. Negli ultimi giorni sono stati scoperti altri casi positivi anche in Piemonte e Basilicata.

    Gli ultimi provvedimenti
    Nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione (Ue) 2024/760 del 23 febbraio, recante modifica del Regolamento di esecuzione (UE) 2023/594 che stabilisce misure speciali di controllo della peste suina africana. Tale modifica si origina dall’avanzamento del fronte epidemico sul territorio italiano. Il nuovo Regolamento inserisce nelle zone soggette a restrizione per Psa nuovi Comuni delle province di Lodi, Pavia, Milano, Piacenza, Parma, La Spezia e Asti. Inoltre, si evidenzia l’entrata nella zona soggetta a restrizione 2 dei primi due Comuni della Regione Toscana, nella provincia di Massa-Carrara.
    Le ultime regioni a chiedere un intervento contro la peste suina africana sono state Emilia-Romagna e Basilicata. Nel piacentino, gli allevatori hanno lanciato l’allarme dopo aver individuato numerosi casi, chiedendo reti di protezione e l’abbattimento dei cinghiali per bloccare il virus. Inoltre, pochi giorni fa, solo stati trovati nuovi casi anche in Piemonte e Liguria.

    La situazione nel Piacentino
    Per coordinare l’intervento contro la Psa, su sollecitazione del mondo agricolo, nella provincia di Piacenza è stata creata una cabina di regia composta da rappresentanti della Provincia e della Polizia provinciale, dei sindaci, di associazioni sindacali agricole, associazioni venatorie e associazioni del settore lavorazioni carni.
    Giovanna Parmigiani, Presidente della sezione di prodotto suinicola di Confagricoltura Piacenza e componente della Giunta nazionale dell’organizzazione agricola, ha parlato di “situazione gravissima”.

    “Dobbiamo fare tutto il possibile e subito. C’è in gioco tutto il settore suinicolo, dai nostri allevamenti alle nostre tre Dop, con le famiglie legate economicamente alla sorte del settore, per arrivare fino alle cose meno importanti, come le scampagnate in quota, i percorsi eno-gastronomici, la raccolta funghi e le feste all’aria aperta” ha dichiarato.

    Inoltre, c’è un allarmismo diffuso nell’opinione pubblica che ha fatto scendere il prezzo di vendita dei suini e diminuire il volume di acquisto delle carni suine per il consumo nazionale nel commercio al dettaglio.

    La situazione nel Pavese
    In aiuto degli allevamenti di suini penalizzati dalle restrizioni si è intanto mossa Opas, la cooperativa di suinicoltori e organizzazione di prodotto più grande d’Italia, leader nella produzione di cosce Dop, che si è resa disponibile a lavorare le carni di maiali anche di allevamenti non associati con sede nelle zone di restrizione I e II, tra cui la provincia di Pavia.

    Gianfranco Comincioli, presidente di Coldiretti Lombardia ha commentato positivamente l’azione: “La Psa che ha raggiunto la provincia di Pavia sta mettendo in crisi l’intero comparto dei suini, a cominciare dagli allevamenti che, seppur indenni dalla malattia, si trovano a fare i conti con divieti e limitazioni che rischiano di compromettere in maniera irreversibile la loro attività. In un momento così delicato serve la responsabilità dell’intera filiera: per questo accogliamo con favore l’iniziativa della cooperativa Opas”.

    “Gli allevamenti che, pur non avendo casi aziendali di infezione al virus della Psa, a seguito dell’applicazione della normativa comunitaria ricadono nelle zone di restrizione e vigilanza, hanno difficoltà – ha sottolineato Coldiretti Lombardia – a commercializzare le carni dei loro maiali che sono, invece, sicure e possono essere utilizzate per tutti quei canali della salumeria e per tutti i Paesi che non pongono restrizioni all’import”.

    Se da una parte va mantenuta alta l’attenzione, mettendo in pratica tutte le misure di biosicurezza, dall’altra è necessario che tutti gli attori della filiera facciano la propria parte affinché si possa continuare a lavorare, per salvaguardare un comparto cardine del made in Italy agroalimentare. Coldiretti Lombardia ha ribadito anche la necessità di contenere in maniera definitiva il numero dei cinghiali, principale vettore della malattia, chiedendo alla Regione Lombardia di rafforzare i piani di controllo già in atto e potenziare tutti gli strumenti a disposizione, anche sul fronte del risarcimento danni e di sostegno al credito alle aziende agricole colpite.
    Anche per il presidente nazionale della Cia, Cristiano Fini, è fondamentale mettere in atto il Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale già da luglio per la messa in sicurezza del sistema produttivo da cui dipendono importanti Dop e Igp dell’agroalimentare made in Italy: “Occorre che le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, cui è demandata l’attuazione del Piano, usufruiscano delle misure previste, soprattutto per quanto riguarda i Piani regionali di interventi urgenti (Priu) relativi alla gestione del cinghiale, e che il Governo abbia un forte ruolo nell’accelerare il processo”.

    L’espansione della Psa
    Come ha fatto notare l’organizzazione agricola, l’espansione della Psa nel Nord-Italia sta diventando sempre più ampia e pericolosa per le produzioni suinicole di qualità. Con quasi 2 milioni di cinghiali ancora in circolazione che hanno procurato già danni all’agricoltura per 120 milioni di euro negli ultimi sette anni, è a rischio un intero settore da 11 miliardi di fatturato e 70 mila addetti nella filiera.

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