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Petrini. Ma ora soltanto i ricchi possono mangiare bene

Due anni fa vissi un’esperienza interessante negli Stati Uniti. Il Center for Disease Control (CDC) di Atlanta m’invitò a tenere una conferenza di fronte a trecento dei suoi responsabili e studiosi (e in diretta on-line con tutte le strutture sanitarie Usa), per esprimere le mie opinioni sul sistema alimentare e sull’importanza di buone pratiche, sia dal punto di vista produttivo sia da quello distributivo.

È significativo che l’organo del Dipartimento della Salute statunitense che si occupa di epidemie (anche dei possibili effetti da guerra batteriologica), controllo e prevenzione delle malattie prendesse così seriamente in considerazione un’alimentazione sostenibile per l’ambiente e per le persone come uno dei migliori modi per prevenire, per occuparsi della salute dei suoi cittadini. Era il periodo il cui Barack Obama spingeva per un nuovo welfare, per dare a tutti assistenza sanitaria pubblica, e feci notare come fosse fondamentale sostenerlo di fronte alla pandemia di obesità e malattie da cattiva alimentazione che da molti anni colpisce gli Stati Uniti. Il dibattito fu intenso, ma l’accordo totale: gli operatori erano pienamente consapevoli del problema e dei costi sociali che comporta. Purtroppo, di fronte alle scelte della grande industria alimentare, si sentivano impotenti nel prevenire e in grossa difficoltà nel curare.

Sono ormai più di dieci anni che dall’osservatorio privilegiato di un’associazione come Slow Food, ben presente negli Usa, ci rendiamo conto che qualcosa laggiù sta cambiando. Le scelte della first lady, Michelle Obama, di promuovere gli orti scolastici e comunitari, di fare campagna a favore del movimento fisico o il sostegno che non manca occasione di dare alla grande rete nazionale del biologico e dei farmers’ markets, non è soltanto una questione di stili di vita o di mode (come i finti prodotti light, più una questione di estetica che di sostanza): è una questione politica di primaria importanza che i vertici statunitensi hanno colto nel momento giusto. Questi atteggiamenti lasciano dei segni. Non è un caso che proprio i mercati contadini si siano moltiplicati fino a essere presenti quasi ovunque, sicuramente in tutte le grandi città, che chi produce e consuma organic aumenti di numero senza pause, che sempre più mense e ristoranti dichiarino la provenienza del cibo locale e i metodi di coltivazione utilizzati. Sono fenomeni a cui assistiamo da tempo e vivaddio anche l’industria inizia ad accorgersene.

Sta mutando lentamente la percezione del cibo, della sua importanza dal punto di vista della salute e del benessere e se è pur vero che hanno cominciato delle élite a diffondere questo nuovo “credo”, ora forse i tempi sono maturi perché l’anticorpo sociale inizi a contagiare anche altri modi produrre e soprattutto nuovi strati di popolazione. Del resto i farmers’ markets e gli orti comunitari ed educativi è da tempo che sono presenti nelle periferie delle grandi città, dai quartieri latini di San Francisco ai food deserts di East Brooklyn.

I tanti cittadini americani meno abbienti continuano ad avere come riferimento per la propria nutrizione i prodotti industriali e l’auspicio è che un’industria che forse si sta accorgendo che la sua strada era sbagliata e non è più “sentita” da larghi strati della popolazione cominci a invertire la rotta verso qualcosa di più virtuoso e salutare per tutti. Nella speranza concreta (anche per l’Italia e il resto del mondo) che “biologico”, “locale”, “buono, pulito e giusto” diventino qualcosa di quotidiano per tutti e non solo una delle opzioni possibili, un’opportunità per chi ha qualche soldo in più.

Repubblica – 1 marzo 2013

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