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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Pfas, per sanare la falda servono 100 milioni. Vertice fra Comuni, Regione, Arpav e Usl. I primi cittadini: «Paghi il governo». La conferenza dei sindaci valuta una causa alla ditta
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    Pfas, per sanare la falda servono 100 milioni. Vertice fra Comuni, Regione, Arpav e Usl. I primi cittadini: «Paghi il governo». La conferenza dei sindaci valuta una causa alla ditta

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche29 Aprile 2016Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Dopo l’allarme per l’inquinamento da Pfas nella falda acquifera dalla quale attingono ampie zone delle province di Vicenza, Verona e Padova, sindaci e Regione battono cassa. «Dev’essere lo Stato a pagare, non può ricadere tutto sulle spalle dei cittadini», dicono gli amministratori. Sono furiosi, per questo hanno mandato a Venezia la bozza di una lettera destinata al governo.

    «Le spese sono tante — spiega il sindaco di Montecchio Maggiore, Milena Cecchetto — a cominciare dagli impianti di filtraggio al carbone attivo installati sugli acquedotti che poi riforniscono ampie zone del territorio vicentino. Costi che ora finiscono nelle bollette dei cittadini, che si ritrovano quindi a pagare per colpe commesse da altri».

    Mentre la Conferenza dei sindaci dell’Usl 5 valuta di intentare una causa per risarcimento danni nei confronti della Miteni, l’azienda di Trissino che molti indicano come la principale responsabile dell’inquinamento, anche se l’interessata respinge le accuse, la questione economica diventa centrale nel dibattito politico. Perché le soluzioni ci sono (o ci saranno), ma servono soldi per metterle in atto. Se ne è discusso ieri proprio a Montecchio Maggiore, dove si sono ritrovati sindaci, rappresentanti di categoria e sindacati. Di fronte a loro, i vertici di Arpav e Usl, ma anche gli esponenti della Regione: il segretario generale alla Sanità, Domenico Mantoan, e gli assessori regionali Giampaolo Bottacin (delegato all’Ambiente) e Luca Coletto (Sanità).

    «Attualmente l’acqua potabile è stata messa in sicurezza con il filtraggio — ha ricordato Bottacin — ma la falda resta inquinata. Per risolvere il problema Pfas servono opere infrastrutturali, ci sono diverse opzioni che sono allo studio dei tecnici della Regione e ci aspettiamo un sostegno da parte del governo». Ancora di soldi, si parla. Quanti? «A seconda di quale soluzione verrà individuata come la più efficace — ha spiegato l’assessore all’Ambiente — stimiamo tra i 60 e i 100 milioni di euro».

    L’ideale sarebbe «trasformare» la rete idrica, andando a pescare esclusivamente da falde non inquinate. Ma in questo caso, oltre ai finanziamenti, serve tempo. Una soluzione immediata la offre il Consorzio di bonifica Alta pianura veneta: «Abbiamo chiesto l’autorizzazione a dirottare, grazie al Leb (Consorzio di bonifica Lessinio euganeo berico, ndr. ), grandi quantitativi d’acqua dall’Adige direttamente nel sistema di canali che attraversa il territorio — spiega il presidente Silvano Parise — in questo modo si andrebbero a diluire gli inquinanti presenti nella falda, riportandoli sotto i livelli di guardi»”.

    C’è poi tutto l’aspetto sanitario. Mantoan ieri ha definito le Pfas «sostanze diaboliche» e ha spiegato ai sindaci che «ancora non sappiamo di preciso quali danni possano causare all’uomo. Pensiamo non abbiano provocato un aumento dei casi di cancro ma potrebbero aver determinato altre patologie, ad esempio ai reni». Da qui l’idea di sottoporre le persone che hanno assorbito dosi più elevate di queste sostanze alla procedura di plasmaferesi. «L’organismo impiega circa 5 anni a liberarsi da queste molecole — ha spiegato l’assessore Coletto — l’idea è di avviare una sperimentazione, su base volontaria, per ripulire il sangue, velocizzando quindi l’eliminazione delle Pfas”. E Mantoan, che abita a Brendola (tra i Comuni più esposti) e che ha scoperto di avere valori molto elevati di Pfas nel sangue, ha già annunciato che sarà tra le «cavie».

    Al di là di questa attività sperimentale, comunque, la Regione intende sottoporre a screening gli oltre 250 mila abitanti che risiedono nei 31 Comuni esposti alla contaminazione. A seconda dei livelli riscontrati nel sangue, scatteranno diversi esami: colesterolo, transaminasi, enzimi del fegato e del rene, markers tumorali e così via. Il protocollo è ancora in via di definizione ma Coletto assicura che non si pagherà il ticket. E quindi questa campagna-monstre (alcuni stimano che potrà costare oltre un miliardo di euro) ricadrà sulla Regione e di conseguenza, indirettamente, sulle tasche dei veneti. A meno che, anche in questo caso, non si riesca a strappare un «aiutino» al governo.

    Andrea Priante – Il Corriere del Veneto – 29 aprile 2016 

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