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Pfas, scatta l’allerta sui costi per i pozzi degli allevatori. Guarda: «Non si può chiedere di pagare ai privati». L’Ulss 8: «Nucleo di valutazione analizzerà le soluzioni proposte dalle aziende»

Agricoltori e allevatori in subbuglio per la vicenda Pfas. «Nell’ultimo mese l’Ulss 8 Berica – denuncia in una nota Cristina Guarda, consigliera regionale morettiana – ha inviato agli allevatori che utilizzano acque contenenti valori di Pfas non conformi ai parametri del Ministero della salute una circolare con la quale li si invita a trovare una soluzione, da soli, al problema e di comunicarlo all’ente entro 30 giorni».

In pratica tutto il problema viene scaricato sugli imprenditori agricoli: «Dovranno decidere, senza indicazioni o istruzioni dalla Regione, se chiudere il pozzo, scavarne un altro, mettere i filtri, allacciarsi all’acquedotto, terebrare il pozzo. Ma – denuncia Guarda – mancano le risposte ad alcune domande lecite cui l’agricoltore non può rispondere da solo: dove si trovano falde non inquinate? A quanti metri di profondità non è più inquinata? L’acquedotto è in grado di fornire la richiesta d’acqua da più allevamenti nella stessa zona, visto che una vacca da latte richiede anche 100 litri al giorno in estate?».

Martedì è previsto un incontro tra allevatori e azienda sanitaria: «Ci saranno molte domande e accuse di responsabilità. Probabilmente ci saranno chiarimenti, ma già da subito – spiega Guarda – si può sottolineare la totale incongruenza della richiesta dovuta ad una mancanza di regia e di indirizzo. Serve un accompagnamento e una linea guida sulle operazioni da svolgere, dettata dalla Regione e dai suoi enti tecnici. Inoltre, non vi è traccia di quali siano i sostegni economici per attuare questi interventi. La Regione chiarisca: le soluzioni tecniche sono tutte a carico delle aziende? Credo sia un’ipotesi inaccettabile». «Suggerirei alla Giunta conclude – di verificare la legge regionale sui consumatori che prevede, tra gli altri, anche azioni e interventi a favore della tutela e sicurezza della salute dei consumatori. In questo modo sarebbe possibile garantire un sostegno concreto a chi dovrà spendere per realizzare gli adeguamenti. Si eviterebbe che chi non ha responsabilità sulla contaminazione da Pfas debba subire il danno e pure la beffa».

Intanto ieri si è riunito il Comitato di indirizzo di Arpav: il bilancio 2017 avrà 400mila euro in più (52,85 milioni). L’assessore Gianpaolo Bottacin sottolinea il ruolo rilevante di Arpav nel monitoraggio e interventi per il caso Pfas.

Pfas, pozzi inquinati e allevamenti tavolo permanente di controllo

«Il gruppo di valutazione analizzerà le soluzioni proposte da quelle aziende zootecniche dove sono stati trovati pozzi artesiani in cui i valori sono superiori al consentito» spiega Stefano Ferrarin, responsabile del servizio igiene alimenti dell’Usl 8. L’azienda sanitaria vicentina l’anno scorso ha controllato 369 aziende, 16 pozzi sono stati trovati «non conformi» (cioè con soglie di Pfas superiori ai 500 nanogrammi per litro). Il tavolo permanente sarà composto da Usl (dipartimento di prevenzione, igiene alimenti, servizi veterinari), Arpav, aziende pubbliche che forniscono il servizio idrico nel Vicentino e di un rappresentante del comparto agricolo (demandato dall’Agenzia veneta per i pagamenti nell’agricoltura, Avepa). «Mentre stiamo terminando i monitoraggi sui pozzi, alcune delle aziende dove sono state riscontrate irregolarità hanno già inviato delle proposte risolutive. È stato dato tempo fino a fine febbraio» spiega Stefano Ferrarin. Compito del nuovo nucleo, che si riunirà ogni due mesi, sarà valutare e validare queste proposte.

18 febbraio 2017

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