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Piano lavoro, Veneto scettico. Ed è scontro con la Campania

Botta e risposta Zaia-Caldoro sulle risorse

VENEZIA — «A questo governo do per ora un 6 politico. Ci sono ancora molte cose da fare». Luciano Miotto, vicepresidente di Confindustria Veneto con delega a mercato del lavoro e relazioni industriali, lo riassume così il primo giudizio dal Veneto sul piano del lavoro approvato dal governo, che mette sul piatto 1,5 miliardi di euro per agevolare le assunzioni dei giovani. Un giudizio nel solco di quelli dati ai primi provvedimenti del governo Letta: misure nella giusta direzione, che non sono ancora lo choc positivo invocato da più parti per lavoro e imprese.

Succede anche per il piano lavoro: bene alla riduzione dei tempi tra un contratto a termine e l’altro, con una retromarcia rispetto alla riforma Fornero, e bene gli sgravi per giovani e over 50 (in questo caso girando all’azienda come bonus la metà dell’Aspi che andrebbe al disoccupato). Soluzioni che cercano di dare un segnale politico, intervenire in chiave anticiclica, di favorire quel po’ di mercato del lavoro che ancora «gira». Ma il segnale di svolta che le aziende attendono resta il taglio del cuneo fiscale. Per incidere su un tema, il lavoro, diventato emergenza anche nel Veneto, una volta della piena occupazione. Ma che a marzo 2013 ha perso, secondo l’Istat, altri 53mila occupati, rispetto a un anno prima, con il tasso di disoccupazione, salito dal 6,3 all’8,6%; e al 15,4%, nel 2012, tra i 15 e i 29 anni, secondo Unioncamere del Veneto, il doppio rispetto al 2007, quand’era al 6,3%, mentre, secondo Veneto Lavoro, le assunzioni degli under 30, lo scorso anno, sono calate dell’8,8%, a 214mila.

«C’è con il provvedimento un minimo di ripresa di politica industriale, mancata per tanto tempo – afferma Miotto – ed è positiva la decontribuzione per gli under 28. Qualcosa muoverà. Ma il vero segnale che attendiamo è sulla decontribuzione. Un intervento che corregga la situazione attuale che per ogni euro che un nostro dipendente mette in tasca ne aggiungiamo 1,82 tra tasse e contributi».

«Mettiamola così – dice con la consueta franchezza Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre -. La misura va bene se serve a prender tempo, per poi affrontare davvero il problema della disoccupazione giovanile. Altrimenti serve a poco». E aggiunge: «Sono provvedimenti congiunturali, piuttosto di niente meglio piuttosto, come si dice da noi. Ma non si creano posti aggiuntivi se non tagliando strutturalmente il costo del lavoro dei giovani, e non per quattro anni, e rilanciando i consumi. E poi resta il dubbio se la copertura ci sia fino in fondo».

Con l’ulteriore nodo della divisione delle risorse tra Nord e Sud, che già fa litigare il governatore del Veneto, Luca Zaia (Lega Nord), e il suo parigrado della Campania, Stefano Caldoro, sui 500 milioni al Sud, dei 794 totali dei bonus per le assunzioni. «Uno sberleffo del governo a quei territori, come il Veneto, che mantengono l’intera Italia, prima di tutto quelle sprecona, che piange il morto per fregare il vivo», aveva detto a caldo Zaia. «Se fosse vero che si tratta di un piacere al Sud non mi lamenterei – ha replicato ieri Caldoro – Ma le misure per il Sud sono finanziate con le risorse del Sud. Caro Zaia, sei bravo ma non hai letto le carte. Il piano non viene finanziato con la fiscalità ma con fondi Ue e risorse del Sud». «Senza il sostegno concreto ai sistemi produttivi del Nord – ha concluso Zaia – il Pil nazionale crollerà».

Al di là delle schermaglie politiche, la questione in ogni caso è spinosa. «Non sono un leghista, ma è vero che per il Nord non c’è molto dentro – riprende Miotto -. Indipendentemente da Nord e Sud, avrei fatto una legge per l’Italia. Che mettesse a disposizione gli incentivi laddove il lavoro può ripartire. E non è un merito mio se le aziende sono più al Nord. Le risorse mi sembrano sbilanciate e non vorrei che alla fine non fossero utilizzabili. E vedere che partiranno 80mila stage al Sud ed altri 10mila per tutta Italia mi fa temere un’idea diversa di come si vorranno usare i fondi. Più da sussidio che da incentivo».

Ma forse tutta la questione Nord-Sud è effettivamente più semplice. E la fa capire l’assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan: «Ci hanno telefonato in Regione lunedì per chiederci qual è il saldo non speso dei finanziamenti del Fondo sociale europeo». Tradizionalmente più alto al Sud; cosa che spiegherebbe, se il programma sarà finanziato con l’Fse, la sproporzione a favore del Sud. «Sono preoccupata dell’effettiva copertura – aggiunge la Donazzan – abbiamo già avuto il precedente del miliardo aggiuntivo per gli ammortizzatori sociali, poi nei fatti ridottosi a poco pià della metà. E temo l’effetto annuncio di incentivi per i giovani, senza specificare criteri più concreti. Avrei preferito provvedimenti per sostenere le imprese».

Federico Nicoletti – Corriere del Veneto – 28 giugno 2013 

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