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Piano nazionale di prevenzione Covid 19 nei macelli, il contributo dei veterinari pubblici veneti nel rapporto dell’Istituto superiore di sanità

La letteratura scientifica evidenzia come gli impianti di macellazione e sezionamento ad elevata capacità abbiano costituito importanti focolai COVID-19. Questo rapporto dell’Istituto Superiore di sanità illustra l’attivazione di un Piano Mirato di Prevenzione (PMP) per COVID-19 per le attività comprese sotto il codice ATECO 10.1, partendo dal registro degli impianti (circa 6700) presso il Ministero della Salute. Tale piano ha visto come soggetto attuatore il Gruppo Tecnico Interregionale per la Sicurezza e Salute sul Lavoro e il Coordinamento Interregionale Prevenzione nell’ambito della Commissione Salute, articolazione della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome – con il contributo tecnico-scientifico di ISS, INAIL e Dipartimento di Prevenzione ASL Bari. Sono stati messi a punto tre strumenti sinergici: a) scheda di autocontrollo destinata agli operatori; b) scheda di valutazione per i dipartimenti di prevenzione; c) scheda di gestione focolai. Il PMP intende: sensibilizzare i datori di lavoro al rispetto e corretta applicazione delle misure anti-contagio; registrare in maniera standardizzata e confrontabile i dati relativi; approfondire le conoscenze sulle condizioni di rischio certe (sovraffollamento) o sospette (bassa temperatura, elevata umidità) per la diffusione del contagio; analizzare i fattori ambientali, gestionali e strutturali relativi ai focolai insorti all’interno degli stabilimenti. Il Sivemp Veneto ha partecipato attivamente alla realizzazione del rapporto, forte dell’attività di sensibilizzazione svolta per la adozione delle adeguate misure di prevenzione negli ambienti di lavoro del veterinario, e dei quesiti posti in ambito CTS sui dispositivi di protezione individuale. VAI AL RAPPORTO 

Durante le varie fasi pandemiche di COVID-19, le attività legate alla produzione, commercializzazione e vendita dei beni alimentari e in particolare degli alimenti di origine animale non si sono mai fermate, a differenza di quelle di altri settori ritenuti non essenziali. Questo per la necessità di garantire l’accesso alla risorsa alimentare alla popolazione e per l’indifferibilità nella macellazione degli animali provenienti da allevamenti con particolare riguardo alle filiere da allevamenti intensivi.

Questo ha determinato che in varie parti del mondo si siano registrati “cluster” di contagio in sede di impianti di macellazione e sezionamento delle carni, che sono risultati essere più eclatanti in contesti di forte occupazione (da 5.000 a 15.000 lavoratori) e di rotazione del personale su più turni e più impianti, anche ricorrendo a contratti per manodopera stagionale proveniente da stati/regioni differenti dalla sede dell’attività.
A livello mondiale, il primo report ufficiale sul fenomeno è stato pubblicato dai CDC statunitensi (Centers for Disease Control and Prevention) di Atlanta, che in due rapporti successivi nel periodo maggio-luglio 2020 hanno delineato il fenomeno a livello di Nord-America, e identificato i fattori gestionali e i determinanti socio-economici che favoriscono il contagio in tali settori. A questo è seguita la messa a punto di linee guida per la prevenzione del contagio nell’ambiente di lavoro e negli spazi comuni, inclusi i sistemi di trasporto da e per gli impianti industriali di macellazione e sezionamento.

In Germania sono noti i casi verificatisi nei distretti a presenza di macelli industriali e di sezionamento della carne suina, dediti soprattutto all’esportazione verso la Repubblica Popolare Cinese. L’Istituto tedesco di sanità pubblica “Robert Koch”, responsabile della sorveglianza epidemiologica COVID-19 in Germania, a più riprese nei suoi bollettini giornalieri a partire da fine aprile 2020 ha riportato i focolai nei distretti sede di macelli industriali ad alta capacità lavorativa (5000-15.000 lavoratori per impianto) di Osnabrück, Straubing/Straubing-Bogen, Coesfeld, Sonneberg. Colleghi tedeschi hanno posto soprattutto l’attenzione sulla particolarità degli ambienti di lavoro, caratterizzati da formazione di aerosol in presenza di temperature di refrigerazione, condizioni che permettono al virus di muoversi a distanza anche di 8 metri e di persistere sulle superfici di lavorazione. L’Associazione Europea dei Sindacati dell’Agricoltura e dei Trasporti (European Federation of Trade Unions in the Food, Agriculture and Tourism, EFFAT) in un suo report del luglio 2020 (8) ha invece evidenziato i determinanti socio-economici che favoriscono il contagio in tali impianti, che per le dimensioni fanno ricorso a forza lavoro retribuita con un basso salario, tramite meccanismi di “dumping” lavorativo, spesso ospitata in alloggi collettivi ad alta densità abitativa.

A livello europeo altri importanti focolai sono stati registrati in Irlanda, e in misura minore in Francia, Paesi Bassi, Spagna. Il Centro Europeo per le Malattie Trasmissibili (European Centre for Disease Control and prevention, ECDC), nel suo report di agosto 2020 riferito ai dati ricevuti da 14 Stati, segnala 153 cluster legati all’industria della lavorazione e confezionamento alimentare, con 3.856 casi confermati, 4 decessi e un numero che varia da 2 a 217 di casi per cluster.

A livello internazionale in Brasile la filiera ha avuto importanti ripercussioni con stime di incidenza di contagio nel 25% della forza lavoro specie nel settore avicolo, e l’Australia ha segnalato focolai che hanno precluso l’esportazione di carni verso il mercato della Repubblica Popolare Cinese.

In termini epidemiologici, i cluster a livello di macelli industriali negli USA e in Germania hanno determinato un aumento dell’incidenza della infezione/malattia nella contea/distretto in cui tali impianti sono situati; le analisi genomiche sugli isolati virali hanno dimostrato il macello come sede di contagio primario, esportato successivamente nei “setting” familiari dei lavoratori. Tale innesco epidemiologico secondario può diventare più eclatante nel caso di varianti di preoccupazione, quale quella inglese, descritta recentemente in Ontario-Canada in un impianto industriale.

Non da ultimo, i focolai COVID-19 nella filiera alimentare hanno avuto ripercussioni sul libero scambio delle merci a livello internazionale. La Repubblica Popolare Cinese, sulla base della rilevazione di materiale genetico di SARS-CoV-2 sulla superficie degli alimenti e degli imballaggi delle derrate alimentari, ha bloccato l’importazione di alcune partite di carne e prodotti ittici da Paesi Terzi, inclusa l’Italia dando origine ad un contenzioso in ambito WTO nell’ambito del Committee on Sanitary and Phytosanitary (SPS) per quanto riguarda le preoccupazioni in merito al libero scambio di merci (Specific Trade Concerns, STC). Stati Uniti, Canada, Brasile, Unione Europea hanno obiettato che tali misure di ostacolo al commercio non sono giustificate: la eventuale contaminazione con frammenti di genoma virale presente della superficie degli alimenti non è associata alla evidenza di cariche infettanti in grado di rappresentare un rischio per la salute (materiali supplementari).

IL RAPPORTO – ISS COVID-19 n. 8/2021 – Attivazione di un piano mirato di prevenzione sulle misure anti-contagio e sulla gestione dei focolai di infezione da COVID-19 negli impianti di macellazione e sezionamento: nota metodologica ad interim. Versione dell’8 aprile 2021.

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