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Previdenza integrativa, gli iscritti sono pochi e le pensioni anche meno. Si preferisce ottenere il capitale maturato invece di un assegno periodico

Il numero degli iscritti è di otto milioni e mezzo, in lieve crescita rispetto allo scorso anno, ma rappresentativo solo di circa un terzo dei lavoratori. Di questi, circa un milione non ha versato contributi nel corso degli ultimi 5 anni. Due milioni nel 2021. Se teniamo conto anche di questi due effetti, gli iscritti effettivi si riducono ulteriormente.

Non solo. Il ruolo originario che il legislatore intendeva, ormai quasi 30 anni fa, affidare alla previdenza complementare appare del tutto mancato. Con i fondi pensione, infatti, si desiderava coprire quel gap che la previdenza pubblica non avrebbe più garantito per le forti pressioni economiche e demografiche, ancora clamorosamente presenti e, se possibile, più aggravate dalle improvvide scelte degli ultimi anni. Gap del quale assolutamente non si fa carico la previdenza complementare. Basti pensare che dei circa 11 miliardi di euro di prestazioni erogate nel 2021, solo circa 500 milioni sono state corrisposte sotto forma di pensione. Il resto è stato erogato sotto forma di capitale (tra riscatti, anticipazioni, prestazioni in capitale, eccetera).

Unica nota, circa 1,3 miliardi di euro sono stati corrisposti sotto forma di Rita (la rendita integrativa temporanea anticipata). Apparentemente la sola prestazione in forma di rendita che vede il favore degli iscritti.

Altri punti da sottolineare. Il problema ormai consolidato delle linee di investimento garantite dove vengono destinate le quote di contribuzione tacita: sempre più difficili da ottenere dalle compagnie di assicurazione per le norme stringenti richieste al proposito dalla normativa Solvency 2. A tal proposito appare forse necessario un ripensamento normativo.

In più, la difficoltà di trovare dei prodotti di rendita vitalizia che non sembrino troppo penalizzanti per gli iscritti. Aspetto ,questo, decisamente più complicato da risolvere per le stesse motivazioni relative alla normativa Solvency 2, ma anche per la limitata competitività del mercato.

Da non sottovalutare, inoltre, la più contenuta partecipazione delle lavoratrici rispetto ai lavoratori. Che determina ancora di più quel rilevante pension gender gap presente sul mercato, più importante del salary gender gap del quale si discute tanto. Le società attente alla gestione della diversità e dell’inclusione dovrebbero riflettere seriamente su questa problematica.

Infine, un elemento fondamentale, che lascia perplessi sulle modalità di distribuzione del prodotto fondo pensione, è costituto dal numero di iscritti presenti tra le varie categorie di programmi. In sintesi, sulla base dei dati presentati, il numero dei lavoratori dipendenti iscritti ai fondi pensione contrattuali risulta essere sostanzialmente pari a quello totale presente nei nuovi piani individuali di investimento (Pip) e nei fondi pensione aperti (circa 3 milioni). E la cosa sorprende, considerando la struttura dei costi in genere prevista da queste forme e il rischio di non ricevere il contributo aziendale quando non si aderisce al fondo contrattuale. Forse i fondi contrattuali potrebbero essere meglio commercializzati.

Certo che i lavoratori dovrebbero essere anche un pochino più attenti quando operano le scelte in materia previdenziale. Molte volte, infatti, le decisioni sono assunte senza alcuna relazione rispetto a una valutazione di natura economica delle stesse. Insomma, dopo trenta anni, ancora tanta strada deve essere percorsa. Con tutta probabilità, però, per un definitivo decollo dei fondi pensione principalmente bisognerà dire ai lavoratori con chiarezza, anche con i fatti, che la previdenza pubblica così come era in passato non tornerà più. Quindi anticipi pensionistici vari non saranno più introdotti. Idem disposizioni varie che hanno il solo obiettivo di consentire l’accesso preliminare alla previdenza pubblica a platee sempre più vaste di lavoratori. A tutto questo, eccetto situazioni particolarissime, sarà demandata la previdenza complementare. Pena la messa a rischio dei nostri conti pubblici. A maggior ragione ora con un debito che si aggira intorno al 160% del prodotto interno lordo.

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