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Prezzi agricoli in piena deflazione. Crescono le aziende che lavorano in perdita. Parmigiano Reggiano e Grana Padano ai minimi

Agricoltura italiana, i conti non tornano. Lo scorso anno l’indice Ismea dei prezzi all’origine ha registrato, rispetto al 2013, una flessione del 5,5%. Dato composto dal -2,3% delle produzioni zootecniche e dal -8,5% delle coltivazioni. Messo in parallelo con le ultime stime Eurostat sull’andamento dei redditi agricoli (in Italia la caduta per il 2014 è dell’11% rispetto al -1,7% della media Ue), è facile comprendere come l’agricoltura italiana abbia perso ulteriori quote di competitività, con aziende che ormai lavorano in perdita, senza nemmeno coprire i costi di produzione.

Con questi numeri e con i consumi in costante discesa, l’agricoltura diventa uno dei principali inneschi della deflazione dei prezzi. Poche le eccezioni che nel corso dell’annata agraria 2014 mostrano il segno positivo: il grano duro (+55%), spinto soprattutto dalla bassa qualità e dai raccolti inferiori che hanno indotto forti acquisti sui mercati esteri; l’olio extravergine di oliva (+35%), ormai ribattezzato l’oro di oliva perchè problemi fitosanitari hanno decimato la produzione.

E poi il pecorino romano, i cui prezzi sono raddoppiati, sostenuti dalla buona domanda estera, come evidenzia la Coldiretti. Il restante quadro delle produzioni è in caduta. Secondo Ismea tra le colture vegetali le maggiori riduzioni si riscontrano per i vini, con un meno 14% rispetto ai valori elevati del 2013, e per i semi di soia (-17,7%). Il consuntivo d’annata segnala anche una forte flessione dei prezzi per ortaggi e frutta, rispettivamente del 13,3% e dell’11,9% sul 2013, penalizzati dai surplus produttivi e dalla debolezza dei consumi finali.

Negativo anche il bilancio dei cereali (-3,2%). In questo caso l’indice Ismea riflette andamenti contrapposti, con i prezzi di grano duro e risone in crescita del 12 e del 18,3% mentre frumento tenero e mais cedono l’11,6% e il 17,6%.

E le cose non vanno meglio nei listini delle Borse merci per i suini: la categoria 160/170 chili la settimana scorsa ha quotato 1,3 euro il chilo, il 15% in meno sulla prima quotazione del 2014. Per le prossime settimane gli analisti di Borsa merci telematica (Bmti) non prevedono sostanziali cambiamenti di rotta sui mercati nazionali.

A preoccupare in modo particolare è anche l’andamento dei prezzi di due dei prodotti simbolo del made in Italy: Parmigiano Reggiano e Grana Padano, vittime di una produzione abbondante a fronte di consumi in calo non compensati dagli acquisti esteri. L’anno scorso sono state prodotte 4,8 milioni di forme di Grana Padano (+6%), toccando i massimi degli ultimi cinque anni. Ai minimi storici invece le quotazioni: 6,4 euro il chilo lo stagionato 10 mesi.

Diversi motivi sono alla base della caduta dei prezzi agricoli italiani. Sul settore lattiero-caseario, oltre all’eccesso di produzione di formaggi grana, pesa l’incognita per l’uscita dal sistema europeo delle “quote” , in calendario per il prossimo 31 marzo. Già oggi il prezzo del latte spot è di circa 0,33 centesimi il litro rispetto ai 0,50 di inizio 2014. Senza tetti produttivi, spiegano gli analisti di Bmti, ci sarà più latte disponbilile con conseguente 7 Il prezzo all’origine di un prodotto agricolo – posto in azienda – rappresenta la quotazione finale espressa dall’attività di impresa in rapporto all’andamento dei costi dei fattori produttivi (sementi, fertilizzanti, carburanti, salariati, imposte e tasse, eccetera). Con il prezzo all’orgine l’imprenditore deve coprire i costi produttivi. Il prodotto poi verrà posto sul mercato per spuntare una quotazione superiore discesa dei prezzi. «Occorre intervenire a livello comunitario e nazionale – dice Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti – per un atterraggio morbido all’uscita dal sistema quote e per dare trasparenza al mercato e ai consumatori sull’origine dei prodotti».

«La situazione è grave – spiega Franco Bettoni, presidente di Borsa merci telematica – e ricalca la caduta della domanda interna e le difficoltà crescenti delle famiglie. I consumatori ormai compiono scelte verso il basso per quanto riguarda l’agroalimentare, magari spendendo per prodotti diversi e risparmiando sugli acquisti alimentari. E per le aziende agricole, in questo scenario, rimane solo un’uleriore riduzione dei margini. La stima di Eurostat sui redditi agricoli – aggiunge il presidente di Bmti – è chiara: perdiamo in competitività a fronte di costi strutturali a carico delle aziende agricole. Insomma, navighiamo a vista e in una situazione economica complicata per il Paese, l’agricoltura è l’anello debole».

Una ricetta unica non c’è, sottolinea Bettoni, ma bisogna cominciare a ridefinire «una politica agricola che valorizzi le produzioni tipiche e di qualità, mentre sui mercati internazionali servono accordi di reciprocità con i Paesi importatori a tutela del made in Italy».

Il Sole 24 Ore – 20 gennaio 2015 

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