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Province «svuotate» dei poteri: diventano assemblee di sindaci. In vista della riforma

Disegno di legge transitorio in vista della riforma che le abolirà Delrio: oltre un miliardo di risparmi. L’Upi: testo incostituzionale

ROMA — Il governo fa il secondo passo nel lungo percorso verso l’abolizione delle Province. Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il disegno di legge che le svuota dei poteri e le trasforma in cosiddetti enti di secondo livello: senza assessori o consiglieri eletti direttamente dal popolo ma assemble di sindaci del territorio con incarichi tutti gratuiti. L’unica cosa possibile in attesa che il Parlamento dia il via libera al disegno di legge costituzionale che cancella la parola Province dalla nostra Carta fondamentale.

Per la prima volta il governo fornisce una stima ufficiale dei risparmi: «Nell’arco di due anni oltre un miliardo di euro» dice il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio. Da dove arrivano questi soldi? La relazione tecnica che accompagna il ddl spiega che «il costo di 1.774 amministratori provinciali per il 2011 è stato di 11 milioni di euro», ai quali bisogna aggiungere 118,5 milioni a carico dello Stato per le elezioni che a questo punto non ci saranno più. Ma il grosso dovrebbe arrivare dalle «economie di scala nell’erogazione dei servizi» che insieme ad altre razionalizzazioni, secondo Delrio, valgono 600-700 milioni.

«È un provvedimento svuota-poteri per le Province, in vista del loro superamento», dice il presidente del Consiglio Enrico Letta. Anche se non è ancora chiaro quanto durerà la fase transitoria: il governo punta a chiudere la partita entro l’anno ma, come scherza lo stesso Delrio, «siamo pieni di speranze e fiducia, non di certezze». E non si sa di preciso nemmeno che cosa succederà dopo: se le assemblee dei sindaci resteranno così come disegnate adesso, con poteri limitati e a costo zero, oppure saranno cancellate spazzando via tutto quello che c’è tra Regioni e Comuni. In ogni caso l’Unione delle Province protesta: «È un testo incostituzionale ed una resa ai grandi burocrati di Stato» dice il presidente Antonio Saitta. A suo giudizio sarebbe stato meglio tagliare le sedi dello Stato nel territorio, come gli uffici distaccati dei ministeri o le prefetture, «con un risparmio di 2,5 miliardi di euro». Una guerra di cifre che va avanti da tempo.

Oltre a svuotare le Province il disegno di legge fa nascere anche le città metropolitane, di cui si parla da 30 anni ma sempre rimaste sulla carta. Sono le dieci grandi aree urbane del Paese, da Milano a Roma passando per Bologna e Firenze, dove vivono un terzo degli italiani. In pratica città e provincia si fonderanno in un solo territorio e in un solo organo politico per organizzare meglio la vita di centro, periferia e hinterland . Operazione non semplice, specie per la transizione. Solo nel 2017 gli elettori saranno chiamati a votare direttamente per il sindaco metropolitano, che governerà su città e provincia. Ma già dal 2014 l’attuale sindaco del capoluogo prenderà le competenze dell’attuale presidente della Provincia. Un meccanismo che ha provocato più di un malumore a Milano, dove di fatto il sindaco Giuliano Pisapia, centrosinistra, scalzerebbe Guido Podestà, eletto invece per il Pdl, e dove di mezzo ci sono anche le iniziative per l’Expo del 2015. Il Pdl, in realtà, avrebbe trovato una via d’uscita: anche con la nascita della città metropolitana la Provincia di Milano potrebbe restare in piedi se, entro il 28 febbraio dell’anno prossimo, un terzo dei Comuni del territorio chiederà di non aderire alla Grande Milano. Sarebbe una Provincia «svuotata» come tutte le altre, una semplice assemblea dei sindaci senza assessori e consiglieri. Ma basterebbe ad avere un proprio rappresentante diretto al tavolo dell’Expo. E infatti la macchina si è già messa in moto. A Roma, invece, c’è un altro problema. Solo per la Capitale saranno i Comuni limitrofi a dover chiedere di essere annessi alla nuova città metropolitana, altrimenti resteranno fuori automaticamente. E per fare richiesta è necessaria la «contiguità territoriale». Un partita di Risiko da far venire il mal di testa. Ma l’esperienza e la Corte costituzionale insegnano: intervenire sulle Province e sui suoi derivati è molto più complicato di uno slogan.

Lorenzo Salvia – Corriere della Sera – 27 luglio 2013 

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