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Fatturato ed export in crescita per gli allevamenti avicoli

Quaglie e galline resistono alla crisi. Fatturato ed esportazioni in crescita per gli allevamenti avicoli

C’è un comparto produttivo che sembra non essere stato travolto dallo tsunami della crisi, facendo registrare proprio negli ultimi anni un incremento del fatturato e delle esportazioni. Si tratta degli allevamenti avicoli che nel 2010 hanno aumentato la produzione del 2%, toccando quota 1.221.700 tonnellate di carne messa sul mercato, secondo i dati elaborati dalla Confederazione italiana degli agricoltori.

Polli, galline, quaglie, tacchini e faraone, insomma, non solo non sembrano risentire della crisi, ma aprono addirittura nuovi sbocchi occupazionali per giovani imprenditori che abbiano a disposizione piccoli appezzamenti di terreno adatti alla costruzione di cortili recintati e all’allevamento degli animali.

La soccida

Il sistema è semplice: le imprese di carni forniscono all’allevatore le materie prime, pulcini, farmaci, mangimi e assistenza tecnica, mentre gli allevatori fanno crescere gli animali, provvedendo ai loro bisogni. Di solito, al momento del ritiro degli animali, l’industria paga agli allevatori una somma calcolata in base alla produzione conseguita (al netto dello scarto) oltre a una quota per la gestione dell’impianto. Tra industria alimentare e allevatore intercorre un contratto di soccida, che permette all’agricoltore di iniziare un’attività in proprio con un investimento iniziale relativamente basso e all’industria di mettere sul mercato prodotti di qualità migliore. La soccida è molto sviluppata nel settore avicolo dove rappresenta il 90% dei contratti tra industrie alimentari e allevatori. Seguono il settore dell’allevamento delle carni di suino (20%- 30%) e quello della carne bovina.

I pro e i contro

Per l’allevatore che voglia iniziare questo tipo di attività non esistono costi iniziali per ricevere i fattori produttivi dal soccidante (l’industria alimentare). Quest’ultima però deve poter contare su un’azienda ben attrezzata, con tecnologie adeguate e che sia in grado di rispettare la normativa ambientale in materia di smaltimento di rifiuti. In genere, infatti, l’allevatore deve poter garantire la gestione dei liquami e nell’area di riferimento deve essere presente un mattatoio per gestire gli scarti e la produzione. Da non sottovalutare, a vantaggio dell’allevatore, il rischio di impresa che ricade esclusivamente sull’industria alimentare, che retribuisce l’imprenditore agricolo a prescindere dall’effettiva collocazione del bestiame sul mercato.

Il settore è in forte crescita e molte aziende alimentari stanno incrementando gli investimenti per il dislocamento degli allevamenti. Il gruppo Amadori, soltanto nella provincia di Foggia, ha sviluppato 80 allevamenti in soccida che possono contare su una struttura di almeno 1.600 metri quadrati.

Guardano con favore al dislocamento anche gli altri gruppi leader del mercato avicolo, come Aia e Veronesi, ai quali è possibile rivolgersi se si intende avviare un’attività in soccida.

I dati*

Soltanto nel 2010 gli allevamenti avicoli hanno messo sul mercato 435 milioni di polli, 43 milioni di galline, 37 milioni di tacchini e 100 milioni tra faraone, quaglie e anatre, dando occupazione a 180 mila persone che lavorano nell’intera filiera con un fatturato di 4,5 miliardi di euro (3,2 per le carni, 1,3 per le uova). L’avicoltura fa segnare anche un altro dato importante: è l’unico comparto zootecnico completamente autosufficiente, le importazioni sono pari a zero, mentre l’esportazione nel 2010 è aumentata del 25,6%.

* I dati sono stati elaborati per Il Sole 24 Ore dalla Confederazione Italiana Agricoltori”

Fonte (http://www.ilsole24ore.com/) – 18 novembre 2011

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