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Quattromila cinghiali invadono gli Euganei. La popolazione ormai ha saturato i colli e inizia a colonizzare i dintorni. Dai primi avvistamenti del 1997 alle mancate campagne di controllo

di Nicola Cesaro. In principio erano 13, e chissà, magari strappavano anche qualche sorriso. Dei grossi “pelosoni” molto simili al Pumba del “Re Leone”. Poi sono saliti a 46, quindi a 156 e dopo sei anni addirittura a 523, per arrivare alla cifra record di 899 dell’anno scorso. In quindici anni il Parco Colli ne ha catturati quasi 6.800, e probabilmente almeno altri 4 mila sono tuttora liberi di scorrazzare da Este a Montegrotto Terme.

I cinghiali oggi rappresentano una delle piaghe più fastidiose dei Colli Euganei: devastano i vigneti di Vo’, ripuliscono i campi di “bisi” di Baone, causano un incidente dietro l’altro lungo la provinciale “del Poeta”, creano seri problemi alla vegetazione dei boschi euganei, spontanea e coltivata. Inseguono le più pregiate colture dei colli, si riproducono con numeri esorbitanti e sfuggono ad ogni (doppiette e chiusini a parte) tentativo di repressione.

Era il 1997. Leggenda vuole che a introdurre il cinghiale nei Colli Euganei sia stato qualche cacciatore, un po’ per passione e un po’ per dispetto visti i vincoli che il Parco impone a questa categoria. Gli ungulati non erano infatti più specie autoctona, ma hanno ritrovato nei nostri colli un habitat perfetto: il cibo abbonda (i cinghiali sono ghiotti di uva, mais e piselli), i corsi d’acqua per abbeverarsi non mancano, i boschi sono sicuro riparo per l’inverno. I primi avvistamenti sono datati autunno 1997, ma se solo dal 2001 la loro presenza è stata riconosciuta infestante. La comparsa massiccia di cinghiali ha portato con sé anche le prime richieste di risarcimento degli agricoltori: nel 2001 era stato stimato un danno di 12 milioni di lire, decuplicato già l’anno successivo, per arrivare ai 235 mila euro del 2012 e al milione di euro di due anni fa. Non è un caso che proprio nel 2001 siano cominciati i primi abbattimenti mirati: 13 nel primo anno, raddoppiati a 25 nel 2002 e quindi 156 nel 2006, 790 nel 2008, 856 nel 2011 fino al record assoluto, gli 899 del 2014. Nel 2015 i capi rimossi dal territorio protetto hanno subito un drastico ridimensionamento, solo 315, gli stessi che sono stati catturati dal gennaio scorso ad oggi.

Una battaglia difficile. Nel maggio 2012 fu l’assessore regionale alla Caccia, Daniele Stival, a pronunciare una frase agghiacciante: «Abbiamo superato il punto di non ritorno. Il problema dei cinghiali non si risolverà mai: ormai sono così tanti che non possono essere più eradicati del tutto». Già qualche anno prima l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca dell’ambiente aveva stimato negli Euganei una crescita della popolazione oscillante tra il 140 e il 170 per cento, complice soprattutto l’alta capacità riproduttiva della specie: una femmina, che vive fino a dieci anni in natura, partorisce in media cinque cuccioli e può sopportare tre gravidanze ogni anno. Più che la natura dei cinghiali, però, hanno contribuito il regolamento del Parco e la politica cieca della Regione. Nel primo caso il riferimento è ovviamente all’impossibilità di cacciare all’interno del territorio protetto. Gli abbattimenti di cinghiali negli Euganei possono avvenire solamente alla presenza di autorità: polizia provinciale, forestale o operatori del Parco, che possono essere coadiuvati dai cosiddetti selecontrollori. C’è poi stata una prolungata latitanza della Regione sul problema: senza risorse economiche, il Parco (ente regionale) non ha mai potuto investire seriamente sull’opera di contrasto dei cinghiali. Gli operatori del Parco impegnati su questo fronte sono solo cinque (di cui quattro stagionali), affiancati da due agenti della polizia provinciale distaccati temporaneamente al Parco e da 44 selecontrollori (cacciatori formati, molti dei quali in realtà inattivi, e comunque impossibilitati ad agire in autonomia). Il costo salato della caccia ai cinghiali (si stima una spesa annua di 280 mila euro, a cui vanno aggiunto costi fissi) e i trasferimenti minimi dalla Regione hanno portato ad una clamorosa debacle: da aprile a ottobre scorso gli abbattimenti si sono letteralmente bloccati. Sono stati disattivati anche gli oltre trenta chiusini dislocati in alcuni fondi privati dei colli, pure questi gestiti dal personale del Parco. Insomma i cinghiali sono stati lasciati liberi di crescere e moltiplicarsi.

Il problema oggi. Lo stop momentaneo alla campagna di eradicamento ha azzerato gli sforzi dell’ultimo anno e non è un caso che nelle ultime settimane gli episodi di cronaca che hanno visto protagonisti i cinghiali si siano moltiplicati. Il Parco, in particolare, ha investito negli abbattimenti tra Baone, Cinto Euganeo ed Arquà Petrarca (attività localizzata qui per salvaguardare i vigneti), “trascurando” aree più a nord come quelle di Praglia, Monteortone, Monterosso e San Daniele. Questo ha agevolato

l’espansione della specie in questa zona di Parco. E non solo: i cinghiali oggi hanno varcato la soglia del territorio protetto, come nel caso dell’esemplare avvistato a San Biagio o in via Euganea, alle porte di Tencarola. A quando un cinghiale a spasso in città?

Il Mattino di Padova – 5 maggio 2016 

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